Beppe Grillo è tornato ad occuparsi di una delle questioni politiche che più lo hanno interessato negli ultimi mesi, le reti e la digitalizzazione, riformulando la sua proposta sulla gestione degli equilibri nazionali tra Tim e Open Fiber, società più importanti nel Paesi in campi come la banda larga e lo sviluppo della fibra ottica.

Il piano di Grillo (in sintonia col governo)

In un articolato intervento sul suo blog il fondatore del Movimento Cinque Stelle va oltre la proposta formulata a giugno di una rete unica tra Tim e Open Fiber e immagina la creazione di due società a partire dall’attuale format di Telecom, che Grillo propone di scindere in due: da un lato, una società dedicata alle attività commerciali e nel servizio ai clienti; dall’altro, una realtà fusa con Open Fiber e partecipata da Cassa Depositi e Prestiti in grado di competere a tutto campo sull’innovazione di frontiera.

Per Grillo, attraverso questo nuovo attore l’Italia potrebbe tornare a investire “pesantemente e in maniera integrata nelle tecnologie di comunicazione, sia attuali (come ad esempio la fibra ottica) che prospettiche (come ad esempio il 5G), anche congiuntamente con gli altri operatori del settore in chiave finalmente sistemica”. A questo obiettivo, il leader pentastellato aggiunge l’obiettivo di vedere sotto l’ala protettiva di questa nuova società strategica anche il fondamentale settore del cloud e dei data center, da costruire in una prospettiva sovrana e attraverso la chiusura a potenziali acquirenti stranieri degli asset tecnologici nazionali.

Grillo ha in particolar modo chiuso all’investimento in Tim del fondo americano di private equity Kkr, che ha presentato a marzo un’offerta non vincolante per l’acquisto di circa il 40% della rete secondaria fibra/rame di Tim (dai cabinet fino alle abitazioni), valutata complessivamente tra i 7 e i 7,5 miliardi di euro. In questo contesto, il comico genovese ha una visione estremamente simile a quella del governo giallorosso, dato che a inizio mese Giuseppe Conte e i ministri Roberto Gualtieri (Economia) e Stefano Patuanelli (Sviluppo economico) hanno chiesto all’ad di Telecom Luigi Gubitosi di congelare la trattativa con gli investitori di oltre Atlantico.

La necessità di una strategia realista

La visione di Grillo e l’azione del governo Conte II si presentano come estremamente caotiche e confusionarie: in primo luogo, il comico genovese e fondatore di M5S sembra aver fatto il passo più lungo della gamba. Estendere dalla rete unica (prospettiva interessante e strategicamente sensata) al ben più complesso campo del cloud il perimetro di gestione strategica complica notevolmente la trasformazione del piano su Tim in una strategia fattibile. Rompere con un partner statunitense sulle reti mentre si mantiene la dipendenza dagli operatori a stelle e strisce sulla gestione del cloud dati (Amazon Web Service, Microsoft Azure, Google Cloud Platform e Ibm Cloud dominano il mercato) non appare strategicamente funzionale, e sotto il profilo tecnologico il Paese non ha ancora una linea chiara sulle alleanze preferenziali. A livello di reti e 5G appare interessante la prospettiva europea sull’asse Nokia-Ericsson, mentre sulla strategica partita del cloud dati all’Italia manca una strategia onnicomprensiva come quella messa in campo dalla Germania di Angela Merkel.

In secondo luogo, sia Grillo che i ministri giallorossi si concentrano sulla partita economica dimenticando il versante geopolitico. La scelta delle alleanze tecnologiche, in questo frangente storico, impone di considerare necessariamente la forte rivalità tra Stati Uniti e Cina. E se è vero, come a inizio mandato ha fatto notare Ursula von der Leyenche per l’Europa la debolezza nel settore tecnologico è fattore di irrilevanza geopolitica e per i Paesi del Vecchio Continente la ricerca di un’autonomia nel settore è estremamente strategica, d’altro canto oggigiorno con Washington e Pechino bisogna necessariamente mediare. L’Italia e i suoi leader passano da un eccesso all’altro: abbracci ingenui alle tecnologie cinesi, non filtrati da scelte razionalmente strategiche, alternati ad allineamenti improvvisi ai desiderata di Washington, come in occasione del recente stop a Huawei. Una strategia che finisce per scontentare e irritare entrambi i giganti, mentre su partite che possono risultare decisive per il sistema-Paese, come il cloud dati negli ospedali, l’Italia decide di non decidere.

In terzo luogo, è carente il disegno di politica industriale collegato alla strategia tecnologica. Grillo non ha torto laddove afferma sia assurdo il fatto che Telecom-Tim, oggigiorno egemonizzata da due soci stranieri (Vivendi ed Elliott) ma partecipata anche da Cdp, debba concorrere con Open Fiber, a sua volta controllata da Cdp assieme ad Enel, e che “l’operazione di vendita di un pezzo della rete secondaria in logica puramente finanziaria e non industriale, complica soltanto il progetto di possibile creazione di una società unica delle reti e delle tecnologie”. Ma da ciò bisogna trarre insegnamenti per una strategia realista. Le reti e le infrastrutture digitali impongono scelte produttive e gestionali non neutrali, dalle logiche di lungo periodo su forniture, appalti, centri produttivi alla decisione sulle aree del Paese da sviluppare prioritariamente. Ma il loro sviluppo, è bene ricordarlo, deve essere funzionale ad altri incrementi produttivi. I dati, in altre parole, vanno elaborati, digeriti, inseriti in logica di sistema. Nei piani del governo e nelle proposte di Grillo tutto questo non si coglie, sembra che sia tutta una questione di semplici cavi in rame o in fibra.

Il periodo post-pandemico ha segnato il ritorno in campo delle logiche dell’intervento politico nell’economia, specie nei settori ad alta rilevanza strategica. Ma il semplice controllo di quote segnaletiche in società dall’elevata rilevanza non basta più: lo Stato deve farsi, appunto, stratega e immaginare sul lungo periodo scenari, trend, sviluppi. Nei settori a più alto tasso di innovazione ciò si impone come necessità prioritaria. Ma anche una sana dose di realismo è necessaria: pensare che Roma possa gestire una rete integrata è un conto, ritenere che da ciò si possa arrivare a uno sviluppo autonomo del 5G o addirittura dei costosissimi programmi di cloud dati è, per ora, tutta un’altra storia. E questo il governo Conte e, soprattutto, il guru del partito che ne è azionista di maggioranza sembrano ancora doverlo capire appieno.