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Il piano dell’Asean per diventare un gigante economico globale

L'Associazione delle Nazioni del Sud Est asiatico (Asean) punta a diventare la quarta economia globale entro il 2045.

Integrazione economica, pragmatismo, connettività, sviluppo, rispetto reciproco. Sono queste alcune delle parole chiave che plasmano la strategia economica dell’Associazione delle Nazioni del Sud Est asiatico (Asean), pronta a sfruttare le tensioni internazionali e un mondo sempre più multipolare per ritagliarsi un rilevante spazio d’azione sulla scacchiera globale.

Lo si capisce leggendo Asean 2045: Our Shared Future, l’ultimo quadro di riferimento a lungo termine approvato dai dieci membri dell’organizzazione regionale in occasione del vertice dell’Associazione tenutosi a Kuala Lumpur, in Malesia. Un piano che punta chiaramente a trasformare il blocco nella quarta economia mondiale entro il 2045, guidando il gruppo attraverso la tempesta dei dazi di Donald Trump e nel bel mezzo delle tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Cina.

“Continuare a fare affari come al solito non sarà sufficiente per questa regione economica altamente dinamica. Affinché l’Asean diventi la quarta economia mondiale entro il 2045, i Paesi membri dovranno approfondire la loro integrazione economica e migliorare la loro agilità per affrontare sfide complesse“, si legge non a caso nella dichiarazione congiunta dell’Associazione.

L’Asean: un nuovo attore sulla scena?

Ma da chi è formato l’Asean? Da Indonesia, Malesia, Singapore, Thailandia, Filippine, Brunei, Vietnam, Laos, Myanmar, Cambogia, in attesa di Timor Est che ha richiesto ufficialmente l’adesione. Parliamo, dunque, di Paesi politicamente e istituzionalmente molto diversi tra loro – monarchie costituzionali, Paesi socialisti a partito unico, democrazie – e che abbracciano religioni differenti – buddismo, cristianesimo, induismo, islam.

Ebbene, nonostante questo il gruppo riesce a trovare un equilibrio. “Possiamo dire che la famosa “unità nella diversità” di cui si parlava nell’Unione europea non è stata realizzata a Bruxelles, ma in Asia. L’Ue tende infatti a imporre gli stessi modelli comportamentali, le stesse leggi e gli stessi regolamenti – anche in tema sociale – a tutti i Paesi membri. Nell’Asean succede l’opposto”, ci aveva fatto notare Marco Marazzi, avvocato d’affari esperto di Asia e autore del libro “Modello Asia. Breve analisi economica del continente del futuro” (Gangemi Editore, 2025), in una recente intervista.

Il senso è chiaro: l’Asean non ha una moneta unica né un’autorità centrale incaricata di garantire il rispetto degli accordi, alcuni membri sono separati da vecchie rivendicazioni marittime e territoriali, e il gruppo deve far fronte ad una guerra (loro hanno la crisi in Myanmar, noi in Ucraina). Eppure intende marciare nella stessa direzione.

La chiave? L’integrazione economica

Il piano Asean 2045, che prevede una maggiore sicurezza energetica e dei trasporti, nonché il rafforzamento delle catene di approvvigionamento, si è concretizzato dopo la conclusione dei negoziati sull’aggiornamento dell’Accordo Asean sul commercio di beni (Atiga). Implementato nel 2012, l’Atiga ha eliminato i dazi sul 98,6% dei beni scambiati tra gli Stati membri. La sua versione aggiornata mira a stimolare ulteriormente gli scambi commerciali intra-Asean eliminando i dazi rimanenti e rimuovendo le barriere non tariffarie, come le complesse procedure doganali e le norme in materia di licenze.

In generale, il documento Asean 2045 tocca molteplici argomenti, tra cui il rinnovato interesse a divenire un mercato unico prospero, nuovi piani che comprendono il crescente utilizzo di valute locali per le transazioni transfrontaliere e una maggiore enfasi sulla trasformazione digitale e tecnologica.

L’Asean è insomma alla ricerca dell’integrazione economica, la stessa che potrebbe smussare gli effetti dei probabili, futuri dazi Usa e dare una spinta alla regione. Certo, la corsa dei singoli membri del gruppo per trovare accordi commerciali bilaterali con Washington – nel tentativo di rimuovere le tariffe – potrebbe minare l’unità regionale e indebolire il commercio intra-Asean. La pressione degli Stati Uniti per ridurre i deficit commerciali potrebbe infatti portare gli Stati membri dell’Associazione a favorire le importazioni americane rispetto a quelle interni al blocco.

Per evitarlo sarà dunque necessario risvegliare il commercio intra-Asean stagnante da decenni, lo stesso passato dai 500 miliardi di dollari del 2015 agli 800 miliardi del 2024, e che oggi rappresenta appena il 21% del commercio totale del blocco, quasi come la Cina (20%) e circa il doppio degli Stati Uniti (12%). Nell’ultimo decennio, invece, il commercio totale del blocco è passato da 2,3 trilioni a 3,8 trilioni di dollari. Parliamo del resto di un blocco che, se fosse un Paese, sarebbe il terzo più popoloso del pianeta (680 milioni di persone) e il settimo per pil (3,5/4mila miliardi di dollari a seconda degli indicatori), dietro a Regno Unito e India.

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