Tra il 2000 ed il 2016, la Cina aveva già dato in prestito all’Africa circa 125 miliardi di dollari, stando quanto riferito da  China Africa Research Initiative. Si stima che nel 2017, gli scambi bilaterali delle due controparti abbiano raggiunto la somma di 180 miliardi di dollari, di cui la maggior parte sono frutto di esportazioni cinesi. Ad oggi, quindi, la Cina è il principale partner commerciale e creditore dell’Africa, avendo superato gli Stati Uniti fin dal 2009.

La presenza della Cina in Africa è talmente predominante che più di metà dei principali cantieri esistenti nel continente sono realizzati da imprese cinesi. Ad oggi sette delle più grandi imprese di costruzioni al mondo su dieci sono cinesi e, da solo, il continente africano vede all’opera più di 10mila imprese cinesi specializzate per lo più in materie prime e progetti per infrastrutture.

La maggior parte di questi progetti riguarda linee ferroviarie, autostrade e porti, soprattutto in Africa orientale, e rientra nel più ampio contesto della Belt and Road Initiative (Bri). La Bri fu annunciata dal presidente Xi Jinping nel 2013 e prevede investimenti a livello globale che supereranno di gran lunga le stime di un trilione di dollari.

Le rotte della Nuova via della Seta (Alberto Bellotto)
Le rotte della Nuova via della Seta (Alberto Bellotto)

Questa partnership sino-africana, tuttavia, interesserà tutta l’Africa, tenendo conto della crescita economica e dello sviluppo infrastrutturale che tutte queste iniziative porteranno nel continente. Afrobarometer riporta che nel 2015 il 63% degli africani approvavano la presenza delle imprese cinesi nel continente, cosa che era percepita in contrasto con il brutto ricordo della servitù dell’era coloniale.

“Laddove le vecchie ferrovie erano costruite con l’oppressione e la violenza, contro i desideri di coloro che si vedevano le loro terre divise, la nuova ferrovia è costruita con il consenso e la partecipazione”, ha dichiarato il presidente del Kenya Uhuru Kenyatta alla firma dell’accordo con la Cina nel 2014.

In Kenia la Cina ha erogato 3,7 miliardi di dollari di prestiti nel solo 2017, soprattutto per la costruzione di ferrovie. In Etiopia ha dato in prestito 575 milioni nel 2015 per costruire ferrovie sopraelevate. Ha anche avviato progetti importantissimi come le ferrovie che collegano il Benin alla Costa d’Avorio e le altre che collegano l’Uganda, il Kenya, il Ruanda e la Tanzania in Africa orientale.

Uno dei più rilevanti progetti da realizzare nel continente, anche questo sostenuto dalla Cina, è il porto di Dar es-Salaam, in Tanzania, che coprirà 12 miglia della costa di Bagamoyo, e che si prevede vedrà un traffico di “20 milioni di container all’anno”, rendendolo così il più grande porto africano in un Paese in cui l’80% della popolazione vive al di sotto del livello di povertà.

I Paesi che ricevono in prestito somme elevate dalla Cina, però, corrono spesso il rischio dell’indebitamento e della dipendenza commerciale. Secondo la Banca mondiale, 27 Paesi africani hanno mostrato nel 2017 livelli di indebitamento in crescita. In Zimbabwe – dove un’impresa cinese sta costruendo il nuovo Parlamento – il tasso di indebitamento, che era pari al 48% del Pil nel 2013, nel 2017 ha raggiunto l’82%. In Mozambico il livello del debito è volato al 102% del Pil nel 2017, dal 51% del 2013.

Eppure, a parte i prestiti ed i progetti infrastrutturali della Cina – realizzati da tecnici cinesi e talvolta anche con operai cinesi al lavoro – le altre potenze economiche mondiali mostrano pochissimo interesse verso l’Africa, nel timore di non essere rimborsate dei prestiti. Ma per la Cina la mancata restituzione non è un grande problema, dato che rafforza le sue mire sul continente.

Prima della collaborazione si firma una “clausola di salvaguardia” in base alla quale la controparte in bancarotta si impegna a rimborsare in materie prime e infrastrutture costruite dalle imprese cinesi. Un esempio emblematico in questo senso è dato dallo Sri Lanka (Asia) che nel 2015 non è riuscito a restituire alla Cina il prestito ricevuto per la costruzione del suo più grande porto. I due Paesi hanno sottoscritto un accordo in base al quale la Cina potrà detenere il controllo su tale porto per 99 anni. In modo analogo, nel 2017 anche il Pakistan ha dato in affitto il suo porto di Gwadar alla Cina per un periodo di 40 anni.

I due Paesi asiatici sono punti di snodo fondamentali della “Via marittima della Seta” cinese nell’Oceano indiano. Nota anche con il nome di “Collana di Perle”, questa via marittima si estende dalla Cina fino a Port Sudan, strategico per il Canale di Suez, che apre la strada verso l’Europa, altro continente dove la Cina ha guadagnato terreno.

La "collana di perle" (Mappa di Alberto Bellotto)
La “collana di perle” (Mappa di Alberto Bellotto)

Assicurandosi il passaggio attraverso il Mar Rosso verso il Canale di Suez, la Cina ha realizzato anche la sua prima base militare a Gibuti, accanto agli Stai Uniti, il Giappone, la Francia e l’Italia, anche se aveva giurato che non lo avrebbe mai fatto, in quanto si opponeva all’imperialismo americano.

Ma la presenza cinese in Africa non è solo economica o militare. Il continente africano oggi ospita 54 Istituti Confucio – Centri di cultura cinese e scuole di Mandarino – arrivando fino a cinque istituti in un singolo Paese, come in Sudafrica, o quattro, come in Kenya – dove il Mandarino sarà obbligatorio nelle scuole elementari a partire dal 2020, e dove la Cina ha stabilito il suo primo Istituto Confucio in Africa, insieme alla sua prima sede africana della Cctv (China Central Television).

Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno a lungo ammonito i Paesi africani che, così facendo, avrebbero rinunciato alla loro sovranità in cambio di questa eccezionale collaborazione con la Cina, laddove gli scambi tra l’Africa e gli Stati Uniti non superavano neanche i 39 miliardi di dollari nel 2017.

A oggi, il 90% delle materie prime africane sono esportate in Cina, dato che i debiti del continente si stima abbiano raggiunto i 130 miliardi di dollari.