L’Unione Europea e gli Stati Uniti stanno promuovendo una rivoluzione multidimensionale nella periferia orientale del Vecchio Continente che, nei prossimi anni, potrebbe e dovrebbe condurre numerosi paesi al disaccoppiamento energetico, commerciale ed infrastrutturale dalla Russia. Il processo di amalgamazione è particolarmente visibile tra i paesi dell’alleanza Visegrad e presto si estenderà con maggiore vigore nei Balcani attraverso l’Iniziativa dei Tre Mari. Vi sono poi, infine, i tre paesi Baltici, che sono impegnati in un’opera di fusione sia tra di loro che con la Polonia.

Elettricità solo dall’Ue entro cinque anni

Lettonia, Lituania ed Estonia hanno un obiettivo ambizioso: disaccoppiamento dai mercati dell’energia elettrica di Russia e Bielorussia entro il 2025 per mezzo di investimenti nella diversificazione dei rifornitori energetici e nel potenziamento della produzione domestica. Il disaccoppiamento da Mosca e Minsk non si concluderà, quindi, in una completa indipendenza energetica, poiché mancano le condizioni strutturali, ma nella “sincronizzazione” con il resto dell’Unione Europea.

Per raggiungere questo fine, i tre paesi stanno intensificando i legami con i propri vicini comunitari più influenti, ovvero Finlandia e Polonia, ed ampliando la distanza, anche diplomatica, con la Bielorussia. In quest’ultima, infatti, è in fase di completamento la centrale nucleare di Astravyets, che gli esecutivi dei paesi baltici vedono con sospetto per due ragioni: il timore di uno scenario Chernobyl alle porte di casa, le ripercussioni della costruzione nei piani di emancipazione per via della possibilità di avere energia elettrica in tempi rapidi e a buon mercato.

Onde evitare che Astravyets lavori contro l’agenda baltica, la Lituania ha recentemente annunciato una campagna di boicottaggio nei confronti dell’energia elettrica prodotta dall’impianto ed invitato Lettonia ed Estonia ad unirsi. La Polonia, la cui esposizione egemonica nella regione è sempre più marcata, sta approfittando della diffidenza baltica verso l’asse russo-bielorusso per proporsi come valido rifornitore di elettricità e sta patrocinando la causa lituana.

Gli sforzi dei tre paesi stanno producendo risultati significativi. Da quando, nel 2015, il Baltic Energy Market Interconnection Plan (BEMIP) è entrato ufficialmente in azione, riesumato dopo sei anni nel dimenticatoio, i tre paesi hanno preso con serietà l’obiettivo di realizzare un “mercato regionale integrato del gas e dell’elettricità”, finanziando con capitale proprio, scandinavo, polacco e/o di Bruxelles una serie di progetti, come l’Estlink, Nordbalt e LitPol Link, che hanno accelerato il distacco da Mosca e Minsk e favorito una maggiore interconnessione con Helsinki, Varsavia e Stoccolma.

Oggi, a cinque anni dal proposito del disaccoppiamento dal Cremlino, i tre paesi baltici sono ufficialmente riconosciuti dall’Ue come la “regione più interconnessa d’Europa”, possedendo un livello di interconnessione del 23%.

Un ruolo importante, in questa rivoluzione energetica, è stato ed è giocato dalla Lituania, la cui corsa senza freni sta spingendo i due vicini ad accelerare il passo. Infatti, Vilnius rappresenta al tempo stesso un condottiero da seguire ed un modello da utilizzare come esempio, perché sta simultaneamente investendo in diversificazione ed auto-produzione. Soltanto fra il 2014 ed il 2016, l’energia elettrica prodotta in casa, da fonti rinnovabili, è aumentata di quattro punti percentuali, passando dal 23.9% al 27.9% dell’elettricità totale impiegata. Due anni dopo, nel 2018, l’industria elettrica nazionale è arrivata a soddisfare un terzo dell’intero fabbisogno.

La questione del gas

Come la Polonia, anche i paesi baltici hanno manifestato la volontà di ridurre al minimo gli acquisti di gas di origine russa del quale sono, ad oggi, quasi completamente dipendenti. Contrariamente alla strategia per il disaccoppiamento dal mercato elettrico, in questo caso, la missione è complicata dal fatto che i tre paesi non dispongono di riserve di gas naturale e, perciò, devono e dovranno realizzare una diversificazione totale del proprio canale di rifornitori.

Ad aprile di quest’anno sono accaduti due eventi importanti. Il primo riguarda la finalizzazione di un accordo fra i tre paesi baltici e la Finlandia inerente la costruzione di un mercato comune per il gas, il secondo riguarda l’entrata in vigore di un accordo siglato nel novembre 2019 fra la Polskie Górnictwo Naftowe i Gazownictwo (PLGNiG), l’ente nazionale polacco degli idrocarburi, e la Klaipedos Nafta (KN), l’omologa lituana, per lo sfruttamento esclusivo della stazione di ricarica per il gas liquefatto naturale (LNG) di Klaipėda (Lituania). Entrambi gli eventi sono da contestualizzare nel quadro del BEMIP.

L’accordo fra PLGNiG e KN consentirà alla Polonia di aumentare la propria influenza nella regione, diventando, de facto, il rivenditore al dettaglio del gas naturale liquefatto di provenienza statunitense, e alla Lituania di potenziare il proprio ruolo-guida fra i paesi baltici, in virtù della posizione strategica acquisita per merito della stazione di Klaipėda. Il risultato complessivo sarà il miglioramento dell’interconnessione energetica fra i baltici e fra i baltici e la Polonia.

I limiti

Come ha spiegato Darius Šilenskis, l’amministratore delegato della KN, “Siamo ottimisti sul fatto che la cooperazione fra KN e PLGNiG contribuirà in modo significativo a rafforzare il mercato regionale di LNG. Insieme ai nostri partner, ci batteremo per intensificare il suo sviluppo, che garantirà opportunità per prezzi più competitivi e permetterà al LNG di essere largamente utilizzato dai consumatori degli stati baltici, della Polonia nord-orientale e dell’Europa centro-orientale”.

Il problema, però, è che le capacità della stazione di Klaipėda sono ridotte: dispone soltanto di cinque navi-cargo dal carico massimo di 2mila e 250 tonnellate di gas liquefatto ciascuna e di due stazioni di ricarica che possono essere utilizzate simultaneamente. Nonostante i limiti strutturali, il governo lituano vorrebbe trasformare la stazione di ricarica in uno dei principali terminali sul Baltico per i carichi di LNG in arrivo dagli Stati Uniti, e da altri paesi, con cui rifornire l’Europa centro-orientale.

I presupposti per il successo ci sono: fra il 2018 ed il 2019 la domanda regionale di LNG è aumentata del 45%, e l’aspettativa è che la collaborazione fra KN e PLGNiG possa accentuare questa tendenza, fungendo da complemento perfetto per un altro progetto: il gasdotto baltico.

Quest’ultimo, i cui lavori sono già iniziati in Danimarca e Svezia e dovrebbero cominciare a breve anche in Polonia, con il beneplacito e i fondi dell’Unione Europea, è stato elaborato e pensato come corridoio di trasporto per il gas norvegese a Varsavia che, a sua volta, lo ri-direzionerà verso i paesi baltici e dell’alleanza Visegrad, riducendo in maniera sensibile i prezzi e, soprattutto, la loro dipendenza energetica da Mosca.

Gas ed elettricità a parte, i tre paesi baltici e la Polonia stanno anche portando avanti dei progetti congiunti nel campo dell’energia eolica, e collaborando in una molteplicità di settori, mostrando che il sogno dell’Intermarium incentrato su una confederazione polacco-lituana 2.0 è risorto e si appresta a sconvolgere la divisione del potere nell’Europa orientale.

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