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I piccoli particolari spesso sono ignorati e relegati in secondo piano eppure, il più delle volte, rappresentano indizi raffinati per meglio comprendere ciò che abbiamo sotto gli occhi. Prendiamo ad esempio l’ultimo G20 andato in scena lo scorso fine settimana a Osaka, in Giappone. Uno degli eventi principali del vertice è stato l’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping, un faccia a faccia che avrebbe dovuto sciogliere i nodi relativi alla guerra dei dazi. Alla fine non c’è stata alcuna pace commerciale ma Trump ha comunque promesso al suo interlocutore di non introdurre nuove sanzioni sulle esportazioni cinesi in terra americana. I negoziati riprenderanno dove si erano arenati, mentre la Cina, dal canto suo, farà un piccolo passettino in avanti in realtà più strategico di quanto si possa credere.

Un assist inaspettato

La Cina ha riaperto le porte alle importazioni agroalimentari provenienti dagli Stati Uniti, in particolare alle importazioni di cereali e soia dal Midwest, il cosiddetto granaio americano. Eccolo il particolare di cui stavamo parlando: la soia, una sorta di “petrolio” alimentare sul quale Pechino ha iniziato a costruire i futuri piani di sostentamento. Forse Trump non sa a cosa può servire la soia, né ha fatto i conti con ciò che ruota attorno a questo prodotto apparentemente innocuo; la Cina lo ha fatto ed è ben contenta di ricevere nuova linfa, per giunta direttamente dai rivali statunitensi. Facciamo un salto nel tempo in avanti: si stima che nel 2050 il pianeta sarà abitato da oltre 9 miliardi di persone, un numero impressionante di individui. Gli abitanti della terra saranno sempre più affamati, per lo più di carne. Ma come fare per garantire a tutti questi esseri umani una buona porzione di carne? Usando la soia.

L’importanza della soia

La soia sarà la benzina necessaria ad alimentare gli allevamenti intensivi, a loro volta necessari per sfamare gli uomini del futuro. Attualmente, e qui torniamo nel presente, il 70% della soia coltivata sulla superficie terrestre si trova nelle Americhe e viene impiegata proprio nella produzione di mangimi da destinare agli allevamenti. C’è dunque un collegamento piuttosto evidente tra i produttori di soia, le multinazionali e i governi dei Paesi più potenti del mondo; possiamo affermare che le colture statunitensi sono in stretta relazione con i milioni di maiali allevati in Cina.

Pechino investe nelle Americhe

La Cina importa il 60% dei semi di soia che sono commercializzati in tutto il mondo e il valore è destinato a salire ulteriormente. Nel 2017 Pechino ha acquistato dagli Stati Uniti poco meno di 33 milioni di tonnellate di soia, cioè il 34% delle vendite statunitensi. Ma il Dragone recupera la soia anche dall’America Latina, dove sta investendo un fiume di denaro in progetti mastodontici. È il caso della linea ferroviaria (Bi-oceanic Railway Corridor) che collegherà il Perù al Brasile, attraversando Bolivia e Paraguay: un’infrastruttura che faciliterà il trasporto della soia da una costa all’altra del continente. Un serpentone lungo dai 3.800 ai 5.300 chilometri, con un costo di realizzazione stimato compreso tra i 10 e i 60 bilioni di dollari.

Numeri impressionanti

Il Dragone ha fatto i suoi calcoli: l’aumento della popolazione, la penuria di acqua e di terre coltivabili a disposizione di Pechino. È questo che ha spinto la Cina ad accaparrarsi quanta più soia possibile, tanto che l’import cinese del legume è passato dalle circa 500mila tonnellate del 1995 ai 73 miliardi di oggi. Abbiamo poi parlato dell’acqua, e l’acqua è un ingrediente vitale per coltivare la soia: si calcola che una tonnellata di soia richieda quasi 1.500 tonnellate di acqua, un valore che la Cina non può permettersi di impiegare. Ecco perché la ripresa delle importazioni di soia dagli Stati Uniti non può passare in secondo piano.

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