Il petrolio è stato uno dei prodotti energetici maggiormente in bilico lo scorso anno durante le prime settimane della pandemia di Covid-19. Uno scenario che ha visto anche la guerra dei prezzi tra Russia e Arabia Saudita che ha addirittura portato, in certi giorni, le quotazioni finanziarie del greggio in negativo.

A un anno di distanza, la ripresa dei prezzi e il rilancio della domanda in Oriente e, in prospettiva, negli Usa, lasciano pensare che per l’oro nero il peggio sia alle spalle e che, anche in una fase di grandi discussioni sulla transizione energetica, sia ancora troppo presto per decretare la fine dell’era di “Re petrolio”.

La caduta del prezzo durante il primo lockdown

Il 23 gennaio dalla Cina sono arrivate immagini fino ad allora inedite: una città da 11 milioni di abitanti si era fermata, Wuhan era stata messa in quarantena. In uno dei wet market della metropoli era esploso il primo focolaio del nuovo coronavirus. Tutto sembrava lontano dai Paesi occidentali e non solo sotto l’aspetto geografico: fermare intere città e intere regioni rappresentava un’eventualità del tutto fuori da ogni contesto. E invece dopo Wuhan è toccato all’intera Cina. E già lì l’economia globale ha subito una scossa senza precedenti. A risentirne è stato, in primo luogo, il prezzo del petrolio: il gigante asiatico è il Paese più popoloso al mondo, un vero e proprio “divoratore” di materie prime. In quel frangente ha iniziato a scarseggiare la domanda di greggio.

Poche settimane dopo è toccato all’Italia e quindi all’Europa. Dopo il primo caso di Covid-19 nel nostro Paese, l’intero vecchio continente è stato stretto nella morsa del virus, diventata quindi pandemia l’11 marzo 2020. A quel punto tutto il mondo si è dovuto fermare. Fabbriche chiuse, città deserte, attività economiche ridotte all’essenziale. Nessuno in quel frangente aveva bisogno di petrolio. E il prezzo ha registrato un tonfo molto evidente. Si è passati dallo spettro dei cento dollari a barile per via delle tensioni tra Usa ed Iran ai 20 di metà aprile 2020, fino poi addirittura a presentare cifre con il segno negativo. Alla fine del mese di aprile, si è così arrivati al paradosso di produttori che pagavano i compratori per acquistare la materia prima.

La peculiarità della crisi del petrolio del 2020

Il crollo del prezzo del greggio è stato inevitabile durante le prime fasi dell’emergenza Covid. A un repentino calo della domanda, non può corrispondere un repentino calo della produzione. Migliaia di barili sono rimasti invenduti, stoccati all’interno di silos e magazzini. Ed è proprio questa la particolarità della crisi petrolifera del 2020. In passato il mondo ha dovuto fare i conti con altri momenti molto difficili dovuti alle intemperie nel mercato dell’oro nero. Su tutte, a spiccare è la crisi energetica del 1973 successiva alla guerra dello Yom Kippur e alle conseguenti mosse politiche attuate dai governi arabi produttori di petrolio. Ma, come fatto notare da Marcello Minenna su IlSole24Ore, quegli shock sono stati causati dal taglio improvviso dell’offerta.

Nel 2020, al contrario, è stata la domanda la vera “protagonista” della crisi, in grado di orientare anche la produzione nei mesi successivi ai primi lockdown. Con il sopraggiungere dell’estate la situazione si è andata normalizzando. La ripresa della produzione e la ripartenza della Cina, primo Paese a tornare a una normalità tra i giganti dell’economia, hanno nuovamente trainato verso l’alto il prezzo del greggio.

Ritorna “re petrolio”?

Gli indicatori principali relativi alla quotazione del greggio negli ultimi mesi lasciano presupporre che questa fase complessa sia ormai alle spalle e presentano una curva ascendente. Il Wti, dopo aver lungamente stagnato attorno ai 20 dollari al barile, è balzato a 40 sulla scia delle riprese nell’attività economica in Occidente tra giugno e luglio 2020 e, soprattutto, del rilancio del motore cinese dell’economia globale.

Dopo la fase di tensioni tra le due superpotenze del greggio nel periodo di inizio pandemia il petrolio ha ripreso fiato. Un rilancio spinto anche alla riunione del puntuale e classico tavolo dicembrino dell’Opec plus, nel quale è stata siglata la ritrovata pace tra Vladimir Putin e il principe ereditario del Regno Saudita Mohammed bin Salam, che è servita per calmare molte speculazioni ribassiste. Questo ha prodotto un nuovo “balzo” dell’oro nero dall’autunno in avanti.

Il Brent, greggio estratto nel mare del Nord la cui quotazione funge da riferimento per circa il 66% degli scambi mondiali, ha superato nella giornata del 5 marzo a Londra i 68 dollari al barile, toccando il record del periodo seguito all’inizio della pandemia. Nella stessa giornata il Wti statunitense viaggiava intorno ai 65 dollari, livello più alto da un anno. In entrambi i casi la crescita delle quotazioni è stata di circa il 33%.

Verso una nuova geografia del greggio

In questo contesto diversi analisti, nota Gianni Bessi su StartMag, “affermano che la domanda mondiale ritornerà alla quota precedente alla pandemia, cioè circa 100 milioni e passa di tonnellate. Una domanda che però è e sarà difforme a seconda delle aree geografiche: la Cina, che a tutt’oggi pare l’unica grande nazione ad avere se non debellato almeno sterilizzato la pandemia, aumenterà la domanda rispetto al 2019”. Cambierà decisamente, dunque, la “geografia” della domanda, con il “Re” dei mercati energetici che crescendo nelle quotazioni, nel valore borsistico e, di converso, nella dinamicità delle scommesse finanziarie ad essi associate, sarà sempre più condizionato dalle prospettive di medio-lungo periodo dei maggiori consumatori. A cui i Paesi produttori cedono, di fatto, parte della loro spare capacity di determinanti di ultima istanza del prezzo adattandosi elasticamente con i tagli alla fornitura alle diverse dinamiche delle economie che trainano la crescita globale.

Lo stimolo economico promosso dall’amministrazione Biden negli Usa, in questo contesto, dovrebbe dare un’ulteriore spinta alle dinamiche della crescita interna agli States e favorire la spinta finanziaria in termini di scommesse, futures e posizionamento degli operatori per un rilancio ulteriore della domanda. L’Arabia Saudita, che ha operato un taglio unilaterale di 1 milione di barili al giorno in aggiunta alla sua quota di riduzione della produzione, mira agli 80 dollari al barile e casi come l’ingombro del Canale di Suez, che ha causato una fiammata dei prezzi, segnalano che il petrolio è ancora un importante benchmark degli andamenti economici e della fiducia su scala internazionale.

I rischi per l’Unione europea

La tendenza è, dunque, rialzista: e a pagare maggiormente il prezzo di questo effetto sulla quotazione del greggio, oramai in grado di lasciarsi alle spalle le conseguenze più dure della fase iniziale della pandemia, saranno quelle aree in cui si coniugano un ridotto livello di produzione di greggio, incertezze sull’uscita dal Covid-19 e problematiche economiche. Che in larga parte coincidono con la vecchia Europa. Nel Vecchio continente, “le nuove varianti stanno marciando spedite attraverso i Paesi, aumentando ancora una volta i nuovi tassi di infezione. Ciò aumenta l’incertezza nelle prospettive per la domanda di petrolio e l’incertezza a sua volta porta a una maggiore volatilità dei prezzi”, ha sottolineato Oilprice.

Mentre paga le conseguenze strutturali della crescita della domanda in Oriente, dunque, l’Europa è oggetto, e non soggetto, degli scenari petroliferi globali e vera “mina” per la stabilità di un mercato che non cessa di essere strategico, nonostante (o forse proprio a causa) della crescente sensibilità per la transizione ecologica e la sostituzione del greggio nel mix energetico delle economie avanzate. Una transizione che dovrà essere prodotta da sistemi economici ancora fortemente condizionati da “Re petrolio”. Tornato a dettare i ritmi di un tempo negli scenari energetici internazionali. E a segnalare, con le dinamiche della sua domanda, una concentrazione della ripresa economica dagli effetti del Covid sempre più sbilanciata verso Oriente.