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“Senza acciaio non c’è industria”: la summa, semplice e pragmatica, con cui Oscar Sinigaglia giustificava la centralità della Finsider nel quadro del sistema di economia mista imperniato sull’Iri ispirò una politica industriale strategica e lungimirante nel quadro dell’Italia della ricostruzione emersa dalle macerie del secondo dopoguerra. A quasi settant’anni di distanza, tale massima risulta ancora più vera e, come abbiamo avuto modo più volte di ricordare, la sfida dell’acciaio è centrale per capire il futuro dell’industria nazionale, specie nel contesto di trend globali che stanno portando anche nel mondo della siderurgia pratiche volte a una crescente sostenibilità.

Il futuro dell’acciaio è “verde”: un’industria che, a livello globale, contribuisce con attività dirette e indotto a un giro d’affari da 2,5 trilioni di dollari l’anno oggigiorno, riporta il Financial Times, genera un quarto delle emissioni di gas serra da comparto industriale del pianeta e tra il 7 e l’8% del totale in assoluto. Ebbene, i giganti dell’acciaio (da ArcelorMittal a ThyssenKrupp, passando per i colossi cinesi come Baowu) stanno sviluppando soluzioni per implementare tecnologie volte a migliorare l’impatto ambientale e l’efficienza tecnologica degli impianti, riducendo il peso del carbone nel ciclo integrato degli altoforni a favore di combustibili meno inquinati o dell’idrogeno, applicando tecnologie avanzate per la manutenzione predittiva e il monitoraggio degli impianti ai fini di efficientare i processi e ridurre sprechi e costi e sviluppando sistemi di economia circolare per ridurre sprechi e riutilizzare rottami e scarti.

Riconvertire un comparto che produce ogni anno 2 miliardi di tonnellate di prodotto finito, 1,3 dei quali frutto degli altoforni asiatici alimentati più che nel resto del mondo con l’estremamente inquinante combustibile a carbone, è una sfida senza precedenti che le compagnie e gli Stati immaginano di lungo periodo: ArcelorMittal stima investimenti tra i 14 e i 25 miliardi di dollari nel prossimo trentennio, mentre la Cina vuole raggiungere la carbon neutrality entro il 2060. In quanto industria rilevante e di peso, l’acciaio può generare un volano di investimenti ben strutturati e strategici in altri settori per acquisire competenze e tecnologie funzionali ad alimentare i cambiamenti di processo. Come fa notare Formiche, “la soluzione più vicina è il forno elettrico ad arco, molto meno inquinante in termini di CO2 e utilizzato per produrre poco meno del 30% dell’acciaio globale. Purtroppo, però, si può impiegare solo con materiale riciclato, poiché fondere la materia grezza e produrre acciaio di qualità superiore richiede molto più calore”. Sul fronte dell’alimentazione delle fornaci, dunque, potrebbe tornare in campo l’idrogeno, che “quando impiegato, rilascia perlopiù vapore acqueo. L’idea è di utilizzarlo per alimentare una fornace a riduzione diretta (tradizionalmente alimentata a gas naturale o carbone) per ottenere un acciaio detto “spugnoso”, poi raffinabile e malleabile a piacimento.

In questo contesto, i Paesi occidentali possono puntare a tutto campo sulla rivoluzione del settore dell’acciaio per rendere acclarata e palese una strategia industriale che, complice il reshoring di diverse attività in seguito alla pandemia, appare ormai inevitabile: piuttosto che inseguire sul fronte della quantità colossi come Cina e India, risulta fondamentale fare una scelta sulle tipologie di acciai da produrre nel contesto nazionale. E in questo ambito la via “verde”, che impone giocoforza un aumento dei costi, consentirebbe di dare necessariamente priorità agli acciai speciali, fondamentali per un’ampia gamma di comparti (dal fotovoltaico ai macchinari industriali, dall’automotive ai prodotti per l’igiene) e a più alto valore aggiunto per la loro sovrapponibilità con metalli come cromo e manganese.

Una strategia “verde” che l’Italia potrebbe pragmaticamente perseguire unendola a una necessaria presa di consapevolezza di agire a livello di sistema: innovazione e investimenti strategici in tecnologie abilitanti e nuove fonte di alimentazione degli impianti possono dare una spinta fondamentale per rafforzare un comparto che lo Stato è tornato a presidiare di recente portando Invitalia al fianco di ArcelorMittal nel capitale dell’ex Ilva di Taranto. Fare del polo pugliese il centro di sistema in cui far rientrare anche un’attenta strategia del ciclo dei rottami e di economia circolare sarebbe un punto di partenza; mentre sul fronte della ricerca di fonti di energia più sostenibili per l’acciaio il Paese ha già visto la formazione di due interessanti cordate. Che i dicasteri del governo Draghi, in particolare quello della Transizione Ecologica del superministro Roberto Cingolani dovranno vigilare da vicino.

Tenaris, Snam ed Edison hanno siglato il primo accordo per sviluppare un ciclo integrato dell’acciaio verde partendo dall’elettrolisi dell’idrogeno per abbattere le emissioni e arrivando al prodotto finito. A questo terzetto ha fatto seguito la sinergia venutasi a creare tra Danieli, Leonardo e Saipem per la creazione di strategie sistemiche volte a sviluppare tecnologie per riconvertire gli impianti negli anni a venire. Come nota l’Ansa, “Danieli si propone come appaltatore per la fornitura degli equipaggiamenti tecnologici di riduzione diretta e di forni elettrici. Saipem si occuperà della realizzazione in loco degli impianti, integrando tecnologie e competenze nelle filiere del gas naturale, dell’idrogeno e della cattura della CO2. Leonardo”, che dal settore della Difesa sta trasformandosi in “polmone” dell’innovazione del sistema Paese, “assume il ruolo di digital and security technological partner per le soluzioni integrate in ambito Industry 4.0”.

La partita durerà anni e richiederà programmazione e organicità. Un primo passo fondamentale potrebbe essere, da parte del governo Draghi, la concessione di spazio alla siderurgia e ai settori ad essa connessi in un Recovery Plan che sembra snobbare eccessivamente le politiche industriali nella sua strutturazione iniziale. La sostenibiltià può servire usi strategici, e il campo dell’acciaio ce lo insegna: doveroso per l’Italia sarà capire il valore delle nostre potenzialità tecnologiche e produttive e porci nel gruppo di testa dei Paesi che guideranno la rivoluzione nella vera “industria delle industrie”. Il controllo sul futuro delle catene del valore passa anche da scelte ragionate sull’acciaio.

 

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