Gli ultimi sono stati veri e propri anni ruggenti per Eni, che con le sue attività a tutto campo è riuscita a conquistarsi un posto tra le major globali dell’industria energetica e, in tutti i continenti, conducendo una strategia espansiva che, in più occasioni, ha ricevuto l’esplicito avallo del governo di Roma, per la cui politica estera il cane a sei zampe è un attore cruciale.
Eni a tutto campo in Medio Oriente
Eni appartiene al novero delle grandi partecipate pubbliche che con la loro azione rappresentano, da un lato, una vera e propria proiezione dell’azione geoeconomica italiana e, dall’altro, un fattore di condizionamento di ampia portata. Basti pensare al quadro scenografico in cui si è concretizzata una delle ultime grandi operazioni di Eni, quella legata all’espansione delle attività negli Emirati Arabi Uniti. Lo Share Purchase Agreement che dà la possibilità a Eni di acquisire il 20% della Adnoc Refining è stato formalizzato in un contratto alla cui firma erano presenti, oltre all’Ad Claudio Descalzi, anche lo sceicco Mohamed bin Zayed Al Nahyan, principe di Abu Dhabi, e il premier Giuseppe Conte.
Tra gas e petrolio, tra la ricerca di nuovi mercati e la volontà di differenziare i suoi affari, Eni porta indirettamente avanti ed influenza la politica dell’Italia in Mediterraneo e Medio Oriente. Il giacimento Zohr, scoperto in Egitto, è stato il perno necessario per riequilibrare il baricentro di Eni che, con la sua presenza nei mercati mediorientali, di riflesso condiziona le mosse dell’Italia nella regione.
Anche in Africa Eni accelera
Più a Sud, Eni ha rafforzato la sua azione nel continente africano. Il 14 marzo scorso, sottolinea InfoAfrica, “Eni ha annunciato una nuova e importante scoperta a olio con il prospetto esplorativo Agogo, nel Blocco 15/06 nelle acque profonde dell’offshore dell’Angola. Secondo quel che viene reso noto dalla stessa Eni, la scoperta è stimata contenere tra i 450 e i 650 milioni di barili di olio in posto con ulteriore potenziale. Il pozzo esplorativo Agogo-1, localizzato a circa 180 km dalla costa e circa 20 km a ovest dalla Fpso N’Goma (West Hub), è stato perforato dalla nave di perforazione Poseidon in una profondità d’acqua di 1636 metri, raggiungendo una profondità totale di 4450 metri. Agogo è la terza scoperta di natura commerciale effettuata dalla ripresa, nel 2018, delle perforazioni esplorative dal consorzio del Blocco 15/06, dopo quelle annunciate sui prospetti di Kalimba e Afoxé”.
Un impegno che, per inciso, si accompagna a una più ampia percezione della necessità di puntare sulla sostenibilità energetica. Come sottolinea Repubblica, “per compensare le emissioni che comunque rimarranno, Eni provvederà con programmi di forestazine di grandi aree dell’Africa, in particolare in Ghana, Malawi, Zimbabwe e Sud Africa. L’intervento da qui al 2030 dovrebbe riguardare oltre 80mila chilometri quadrati di nuove foreste, pari a tutto il Nord Italia”.
Il nodo trivelle nel Mar Adriatico
In questo contesto, risulta a dir poco paradossale apprendere che uno dei Paesi in cui Eni trovi maggiori difficoltà ad espandere le sue operazioni sia proprio il nostro. Ci riferiamo al rischio che il governo imponga uno stop definitivo alle trivellazioni di gas e petrolio nel Mar Adriatico, di cui ultimamente sta beneficiando pressoché esclusivamente la Croazia nostra confinante marittima.
Come scrivevamo alcune settimane fa, “il problema è che l’Adriatico è molto piccolo. E quindi, gli obiettivi ambientalisti del governo composto da Lega e Movimento Cinque Stelle rischiano di essere del tutto disattesi. Il motivo è semplice: dall’altra parte del mare, ovvero in Croazia e, in parte, in Montenegro e Grecia, nessuno ha intenzione di arrestare né le ricerche né le perforazioni. Arrivando al paradosso che l’Italia, per difendere la salute dell’Adriatico, non solo otterrà scarsi risultati sotto il profilo ecologico (perché a poche miglia, le trivelle sono attive), ma riuscirà anche a farsi togliere il gas e il petroli eventualmente scoperti nei fondali adriatici. Il caso emblematico e che deve destare allarme è quello della Croazia. Allarme non per le legittime mire croate sul gas, ma perché i primi a poter subire pesanti ripercussioni siamo proprio noi, che distiamo pochi chilometri dalle loro trivelle”.
E evitando di farci scippare l’Adriatico dai vicini potremo, in futuro, valorizzare al meglio l’operatività di un colosso come Eni che ha saputo massimizzare la rendita dell’interesse energetico nazionale. Del resto, come scrive Il Sussidiario, “l’Italia, che come noto non ha idrocarburi, ha proprio nell’industria petrolifera una delle maggiori eccellenze; c’è un settore molto grande che passa dall’esplorazione alle costruzioni di raffinerie e impianti chimici che ha davvero pochissimi eguali, non arriviamo alle dita di due mani, a livello globale. Un settore che paga stipendi veri a ingegneri chimici, meccanici, a geologi. La stessa Milano, la capitale economica del Paese, ha nel settore petrolifero uno dei motori principali. Non se ne parla perché la moda si vende meglio eppure è così”. E sarebbe un peccato che proprio il nostro colosso energetico per eccellenza sia frenato e gli sia impedito di creare valore aggiunto e indotto sul territorio nazionale.



