Istituzionalizzare il Recovery Fund? La Banca centrale europea vedrebbe di buon occhio una mossa del genere. Nel commentare i dati pubblicati sull’impatto del piano europeo da 750 miliardi di euro sull’economia dei Paesi membri dell’Unione l’Eurotower ha iniziato a pensare di proporre alle autorità politiche un processo del genere.

Come si arriva a questa considerazione? In primo luogo analizzando contributori e beneficiari netti del Recovery Fund. Il piano di aiuti a fondo perduto da 390 miliardi di euro, ha scritto la Bce nella sua più recente ricerca, avrà come principali “vincitori” Croazia, Bulgaria e Grecia, che nei sette anni del prossimo bilancio pluriennale riceveranno sussidi pari al 10% (i primi due) e al 9% (Atene) del loro Pil nel 2019. Seguono, tra i beneficiari, Spagna e Portogallo (3,4% e 5,4%) e, ultima in questa classifica, l’Italia che porterà a casa poco meno del 2% del Pil in sette anni. Il calcolo, che misura la differenza tra i grants che saranno ricevuti da ogni Paese meno la quantità di extra-contribuzione necessaria a finanziare l’ampliamento del bilancio Ue, riduce notevolmente anche la fetta a cui grandi economie in sofferenza come quelle di Italia e Spagna potranno fare riferimento. Tra i massimi contributori del fondo, si segnalano i quattro Paesi frugali, Olanda, Austria, Finlandia e Svezia, ampiamente ricompensati dal manteniment dei rebate sul bilancio, e la Germania prima economia europea.

La Bce nota che all’Europa manca una capacità di intervento fiscale che non sia macchinoso: l’Unione, scrive il Financial Times, manca di una capacità fiscale autonoma al livello sopranazionale per intervenire in caso di gravi crisi per la stabilizzazione macroeconomica”. Da cui l’Eurotowe guidata da Christine Lagarde ha proposto di rendere il metodo del sostegno diretto agli Stati attraverso quote di mutualizzazione del debito una componente permanente dell’arsenale economico dell’Unione e, soprattutto, di creare un safe asset finanziario europeo capace di garantire all’Europa un’autonoma potenzialità di finanziamento e di rappresentare una valida alternativa all’unico “bene rifugio” finanziario dell’Europa a 27, il Bund tedesco.

La proposta è complessa per diversi ordini di motivi. Ciò che può scontentare una parte d’Europa può accontentare gli altri membri dell’Unione, e viceversa. In primo luogo, sul tema dell’istituzionalizzazione del Recovery Fund la proposta della Bce rischia di scontrarsi con nuovi veti da parte dell’Olanda e del blocco della Nuova lega anseatica, rigorista e pro-austerità, che non mancherebbe di sottolineare la presunta inutilità di piani di indebitamento comune a distanza dalla fase emergenziale. Logicamente, Paesi come Italia, Spagna e Grecia avrebbero un’opinione divergente, ma il quadro si ribalterebbe se parlassimo di un titolo comune europeo per finanziare parte del deficit mutualizzato.

In questo caso, anche se certamente Roma, Madrid, Lisbona e Atene potrebbero conoscere un relativo guadagno sui tassi di interesse nel breve periodo, sul lungo periodo si metterebbe in discussione la posizione dei titoli pubblici di Paesi come l’Italia, che si troverebbero a metà del guado: penalizzate dalle regole stringenti associate alle riforme chieste come contropartita dal Recovery Fund, con i propri titoli nazionali a rischio di esclusione dal mercato più “liquido” e con le capacità di rilancio del deficit nazionale frenate dal vincolo del finanziamento esterno. Se il safe asset dovesse assomigliare al paniere proposto in un recente paper dagli economisti Maurizio Michael Habib, Livio Stracca e Fabrizio Venditti il risultato di fondo sarebbe un consolidamento dello status quo a favore della Germania e degli altri Paesi di testa.

L’ago della bilancia sembra dunque pendere, una volta di più, sulla mediazione di Berlino, il cui banchiere centrale Jens Weidmann sembra poco propenso ad accordare spazio alle fughe in avanti dell’Eurotower. A nostro avviso il punto centrale della questione rimane, tuttavia, ignorato: la vera svolta della Bce non potrà avvenire con la proposizione di un’agenda politica su cui l’Eurotower non può sul medio periodo avere il controllo, ma col rilancio reale dell’unica riforma in grado di permettere alla Bce di trasformarsi in un istituto centrale a tutto tondo, ovvero l’attivazione della possibilità di farsi prestatore di ultima istanza e di sostenere direttamente i programmi dei deficit pubblici nazionali. Sta nella capacità politica degli Stati, infatti, il vero motore della risposta anti-crisi. E proprio dalla Germania, Paese a lungo capofila del rigore che prevede investimenti in deficit fino al 2024 dopo il Covid-19, viene in questi giorni un esempio più che lampante.

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