Le principali criptovalute, a partire dal bitcoin, stanno vivendo un novembre nero che di fatto contribuisce a cancellare tutti i guadagni di valore del 2025.
Scivolone del bitcoin
Da inizio novembre il bitcoin è sceso da 95mila a 75mila dollari di valore (-21%) e ha perso il 28,5% dal massimo storico raggiunto il 5 ottobre, a 105mila dollari, sulla scorta dell’accumulazione da parte di molti investitori e dell’annuncio da parte di Donald Trump di una riserva strategica di criptovalute dell’amministrazione. Ma negli ultimi periodi, sulla scorta delle tensioni delle borse e della crescente volatilità indotta dallo sgonfiamento dei titoli tecnologici, dei mercati che si sono ritrovati inevitabilmente cari e costosi hanno iniziato a scaricare gli asset più costosi.
Le criptovalute sono rientrate in questo ambito, sovraprezzati ma al contempo caratterizzati da grandi incertezze. Se per l’intelligenza artificiale si sono sommate prese di profitto di operatori che hanno pensato che i titoli non sarebbero potuti salire oltre in questa fase, incertezze sui ritorni degli investimenti in conto capitale e scommesse ribassiste, per le criptovalute la dinamica è stata di puro e semplice sganciamento.
La caduta delle cripto
“Secondo i dati di CoinMarketCap, Bitcoin ha perso oltre 600 miliardi di dollari di valore di mercato durante la sua caduta”, nota la Cnn. E non è solo la cripto più famosa al mondo a soffrire: “oltre al Bitcoin, sei delle 20 criptovalute più grandi in termini di valore di mercato sono crollate di oltre il 40% quest’anno, con Shiba Inu, Sui e Avalanche che hanno perso ciascuna circa il 60%”, sottolinea il Financial Times, aggiungendo che “secondo un rapporto di CoinShares, la scorsa settimana i prodotti di investimento in asset digitali, tra cui gli exchange traded fund (ETF) di Bitcoin, hanno registrato deflussi pari a 2 miliardi di dollari, l’importo più elevato da febbraio di quest’anno”.
Insomma, le criptovalute stanno conoscendo la loro prima “grande fuga” dal momento in cui hanno acquisito rilevanza nei portafogli. E questo mostra una volta di più la loro natura intrinseca: non valute, ma asset decentralizzati dall’alta pulsione speculativa.
Si è sdoganata, inoltre, la tendenza inversa rispetto al recente passato: se nelle fasi rialziste gli investitori individuali e retail andavano in scia ai fondi e alle grandi manovre del mercato, enfatizzandone i trend crescenti, oggigiorno si registra un deflusso continuo del retail. Questo vale per le criptovalute decentralizzate ma anche per gli asset con sottostante: Crypto.news segnala che anche dagli exchange di stablecoin si è verificato un calo delle risorse capitalizzate da 89 a 85 miliardi di dollari dal 10 novembre a oggi.
L’indice della paura in profondo rosso
Nel frattempo, l’indice “Fear and Greed” della borsa Usa, che mostra la tendenza dei mercati a oscillare tra “paura e avidità” è ai minimi da quando Trump ha lanciato l’offensiva commerciale del Liberation Day ad aprile. Sulle criptovalute registra un punteggio di 15 su 100, più alto di quello dei mercati ordinari (11) ma comunque indicativo di uno stato di stress.
Un punteggio sotto il 50 indica un mercato ove la paura è predominante, e ora siamo a livelli estremi. Questo scenario può intercettare anche la strategia di Trump di fare dell’accumulazione di stablecoin, tramite i provvedimenti del recente Genius Act, una garanzia per la difesa del debito Usa, come ha ben spiegato Martina Besana su queste colonne. In sostanza: chi emette stablecoin deve garantirsi accumulando debito Usa come sottostante. Una strategia virtuosa con mercati entusiasti. Un ottovolante in questa fase di crisi. E c’è da capire se anche in tale contesto ci saranno ripercussioni. Le prossime settimane saranno decisive.
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