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Da inizio giugno è attiva la possibilità per i Paesi dell’Eurozona di aderire alle linee di finanziamento del Meccanismo europeo di stabilità. La nuova linea di credito del Pandemic Crisis Support, studiata e messa in campo in vista della risposta all’emergenza coronavirus, si preannuncia sulla carta come destinata a garantire prestiti a tasso di interesse grossomodo nullo: il prestito ai Paesi richiedenti sarà erogato nel corso di un anno  e lo Stato facente richiesta dovrà pagare un tasso pari al costo di finanziamento dello stesso fondo salva-Stati sui mercati a cui si dovrà sommare un margine dello 0,1%, una commissione una tantum dello 0,25% e una commissione annuale dello 0,005% della quota richiesta.

Sul primo fronte, il Mes è schermato da un rating molto pregiato, Aaa per tutte le agenzie, che gli consente di finanziarsi a tassi nulli o addirittura negativi. Al netto della commissione iniziale dello 0,25% è logico supporre un costo di finanziamento del prestito decennale stipulato col Mes dello 0,1% annuo per i Paesi richiedenti. Prescindendo da ogni altra discussione (necessità di dare priorità al Mes nel rimborso, rischio di condizionalità cambiate in corsa e via dicendo), questo implica un risparmio rispetto al finanziamento ordinario con titoli decennali per i Paesi europei? Secondo Il Sole 24 Ore, “il risparmio è confermato nei numeri, per ora, per metà degli Stati dell’area dell’euro: il prestito pandemico Mes costa da -0,07% a 0,08% meno rispetto al costo di raccolta dei titoli di Stato emessi in asta o con sindacazione su stessa scadenza”. L’equilibrio è constatabile guardando ai dati dei rendimenti dei titoli sovrani dell’Eurozona. Paesi come l’Italia, il Portogallo, la Spagna ora si finanziano a tassi più alti di una soglia compresa tra lo 0,4% e l’1,3% rispetto alla linea del Pcs, mentre l’Irlanda vede il suo decennale prezzato a circa lo 0,1% annuo e Stati come Olanda, Germania, Francia, Austria e Belgio, al contrario, risultano tuttora in grado di finanziarsi in maniera ottimale con i canali ordinari.

Parlare esclusivamente di risparmi, però non è sufficiente in quanto la convenienza va misurata sul fronte finanziario e su quello politico al tempo stesso: sul Mes pende la spada di Damocle del Regolamento 472/2013 che dà al Consiglio europeo la facoltà di modificare in corsa le condizionalità in materia di riforme strutturali contenute nel memorandum che il Paese richiedente sottoscrive al momento del ricorso al fondo salva-Stati. Sul sito del Mes si può apprezzare l’avanzamento delle curve di rendimento dei prestiti erogati a Portogallo, Grecia, Cipro e Spagna: in casi come quello greco e cipriota l’altalena del rendimento è stato direttamente collegato alla messa in campo di pressioni volte a favorire l’applicazione celere delle misure di austerità e risanamento strutturale chieste come contropartita.

Vi è, non da sottovalutare, la questione della subordinazione dei titoli di Stato nazionali ai prestiti Mes nelle priorità di rimborso: in Paesi come l’Italia, favoriti dalla grande fiducia emersa verso i Btp nell’ultimo trimestre, l’ammissione di potenziale insolvibilità insita nel ricorso al Mes abbatterebbe valore e prospettive del decennale sovrano, facendone schizzare verso l’alto il tasso. Come ha sottolineato l’esponente di Sinistra Italiana e convinto euroscettico Alfredo D’Attorre, “basterebbe anche un piccolissimo scostamento verso l’alto per azzerare l’ipotetico risparmio del Mes. Esattamente come, all’inverso, il calo dei tassi verificatosi dopo le ultime decisioni della Bce significa in prospettiva un risparmio per le nostre finanze molto più consistente di quello derivabile dal Fondo Salva-Stati”. Il risparmio sui 36 miliardi del Mes sarebbe più che compensato dal maggior premio da versare ai compratori di titoli ordinari in caso di crisi di fiducia verso l’Italia.