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Fino a qualche mese fa il Messico si trovava in una situazione invidiabile. Complice la guerra dei dazi scatenata da Donald Trump contro i prodotti Made in China, Città del Messico aveva visto aumentare a dismisura la presenza di aziende cinesi sul proprio territorio. Le esportazioni verso gli Usa erano così decollate passando da 476 miliardi di dollari del 2023 agli oltre 500 miliardi del 2024.

Più o meno è successo questo: Washington sperava di tagliare il suo cordone ombelicale con Pechino importando prodotti da altri Paesi in via di sviluppo, Messico compreso, ma il Dragone è stato abile nell’anticipare il rivale delocalizzando le proprie attività in quelle stesse nazioni. Morale della favola? La Cina ha continuato a produrre beni da inviare nel mercato statunitense come se niente fosse.

Adesso la situazione, almeno per quanto riguarda il Messico, potrebbe cambiare drasticamente. Il Paese ha infatti annunciato di voler aumentare i dazi sulle importazioni di automobili dalla Cina e da altri Paesi asiatici dal 20% al 50%, e cioè il livello massimo consentito, al fine di proteggere decine di migliaia di posti di lavoro nel settore manifatturiero e industriale.

I dazi del Messico

La mossa non è certamente farina del sacco messicano. Tutto dipenderebbe dall’enorme pressione fatta da Washington sul proprio vicino con messaggi così sintetizzabili: basta fungere da “porta di servizio” per le merci cinesi negli Stati Uniti oppure ve ne assumerete le conseguenze. Il piano tariffario deve ancora essere approvato dal Congresso, dove il governo Sheinbaum detiene una maggioranza significativa.

John Price, amministratore delegato di Americas Market Intelligence, ha dichiarato al Guardian che il Messico, che esporta molti dei suoi veicoli negli Stati Uniti, stava rispondendo alle pressioni statunitensi cercando al contempo di proteggere la propria economia (fortemente interconnessa con gli Usa).

Lo scorso febbraio, non a caso, Trump avrebbe fatto sapere ai funzionari messicani che potevano evitare i dazi statunitensi imponendo le proprie tariffe alla Cina. Adesso quel momento spartiacque sembrerebbe essere arrivato…

Un rebus da risolvere

Le relazioni tra Città del Messico e Pechino rischiano di deteriorarsi. Anche perché la stessa presidentessa messicana, Claudia Sheinbaum, ha ventilato l’ipotesi di aumentare le tasse d’ingresso su oltre 1.400 tipi di prodotti, dalla metallurgia al tessile, dai giocattoli alle automobili, importati da Paesi con i quali il Messico non ha accordi commerciali (proprio come Cina, Corea del Sud e India).

Pechino, ha fatto notare Le Monde, ha interpretato tutto questo come un tentativo del Messico di ingraziarsi Trump in vista della prevista revisione dell’Accordo Stati Uniti-Messico-Canada (USMCA). “La Cina si aspetta che il Messico agisca con cautela e ci pensi due volte prima di apportare modifiche doganali”, si legge in una comunicazione del ministero del Commercio cinese, che ha condannato “la politica di acquiescenza alle intimidazioni unilaterali” da parte degli Stati Uniti.

La minaccia di ritorsioni è insomma esplicita: la Cina è pronta ad “adottare le misure necessarie in base alle circostanze”. Sospettata di voler compiacere Trump, Sheinbaum ha spiegato che “questo non è l’obiettivo” e ha cercato di disinnescare la rabbia cinese: “Non vogliamo un conflitto (economico ndr)”. La situazione è a dir poco delicata.

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