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Tra i 7 e 10mila agricoltori da tutta Europa hanno preso d’assalto Bruxelles negli ultimi due giorni mentre nella capitale dell’Unione Europea si riuniva il Consiglio con i capi di Stato e di governo. Le immagini provenienti dalla città belga sono emblematiche: carichi di letame sversati, posti di blocco, roghi hanno manifestato la rabbia dei produttori agricoli contro le politiche dell’Unione Europea.

La protesta degli agricoltori contro il Mercosur

La lista delle recriminazioni è forte e mostra come per l’agricoltura europea non sia bastata la risposta data dalle istituzione Ue alle proteste del 2024, che avevano paralizzato l’Europa dalla Polonia alla Francia. All’epoca l’Ue decise di annacquare il Green Deal, di venire incontro agli agricoltori sulle norme sui pesticidi, di rallentare la spinta all’espansione commerciale. Ma oggi almeno tre nodi vengono al pettine.


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Il primo, più immediato, è quello dell’accordo commerciale Ue-Mercosur, che secondo le associazioni degli agricoltori rischia di porre le produzioni alimentari europee sotto il fuoco di sbarramento di una concorrenza indiscriminata e slegata dalle norme sulla qualità da parte dei produttori latinoamericani, specialmente brasiliani e argentini.

Mentre l’accordo appare nuovamente destinato a slittare, Politico.eu sottolinea che “l’Ue  sta finalizzando misure di salvaguardia per proteggere questi settori, che potrebbero essere attivate se i prezzi o i volumi delle importazioni dovessero cambiare drasticamente a seguito dell’accordo, ma gli agricoltori non ne sono convinti”.

Meno fondi all’agricoltura, più alle armi

Chiaramente, il nodo è sulla concorrenza e sulla protezione di un settore che giocoforza deve guardare al ruolo che i sussidi e la protezione commerciale giocano nel garantire livelli di reddito e occupazione. Il compromesso, difficile, è tra la logica di libero scambio e l’indubbia posizione speciale dell’agricoltura, che se da un lato ha un peso ridotto nel Pil europeo (2% del totale), dall’altro tutela le strategiche linee di approvvigionamento alimentare a cui nessuno Stato, istituzione o collettività europea intende rinunciare. E qui si viene al secondo punto: il nodo del bilancio europeo.


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L’Unione Europea ha storicamente allocato una quota fondamentale del suo budget per la Politica Agricola Comune (Pac) che finanzia direttamente i possessori di fondi. Negli Anni Settanta la Pac assorbiva oltre due terzi del budget europeo, oggigiorno siamo nelle varie proiezioni dal 25 al 30%. Una quota minore ma sicuramente pesante. Per il bilancio Ue 2028-2034 si prevede una netta sforbiciata all’allocazione Pac, da 378 a circa 293 miliardi di euro, così da fare spazio a altre voci di spesa, in particolar modo la Difesa, destinata a salire da 7 a oltre 131 miliardi di euro in un piano settennale da quasi 2mila miliardi di euro rispetto al precedente bilancio 2021-2027.

L’ombra dell’Ucraina

In quest’ottica, infine, una Pac più ristretta in un’Europa con altre priorità si somma allo spauracchio finale degli agricoltori, la prospettiva che a entrare nel blocco sia anche l’Ucraina dopo la fine della guerra con la Russia. Gli agricoltori polacchi, ad esempio, hanno a lungo bloccato il confine col Paese invaso da Mosca rivendicando la loro opposizione a qualsiasi abboccamento sul tema con Kiev. La realtà è semplice. La Pac alloca i fondi su un meccanismo legato principalmente alla dimensione dei fondi, e l’Ucraina, Paese agricolo e con vaste pianure, ne sarebbe in caso di ingresso (ancora remoto) nell’Ue il maggiore beneficiario.

Il fondo medio ucraino misura circa mille ettari contro i sedici dell’Unione Europea, facendo sì che in caso di ingresso del Paese nel blocco questi produttori e i loro proprietari siano nella posizione ideale per ottenere sussidi a pioggia da Bruxelles. Il combinato disposto di commercio, bilancio Ue e prospettiva di adesione dell’Ucraina porta in piazza gli agricoltori.

La crisi dei prezzi dei beni agricoli

Sullo sfondo, il Financial Times ricorda che “gli agricoltori europei sono in particolare in difficoltà, costretti a fare i conti con costi elevati dei fattori di produzione e con concorrenti globali sempre più competitivi”. In particolare, “raccolti eccezionali in Russia, Australia e alcune parti del Sud America hanno fatto scendere i futures del grano del 20% quest’anno” e il calo di altri prodotti, come lo zucchero, arriva al 50%.

La rivolta degli agricoltori è la protesta degli esponenti di un settore in bilico tra il suo ruolo strategico, un oggettivo gap di competitività e la volontà di sfruttare un peso politico che resta determinante. Ma che al contempo è paradigma di cosa sia ormai l’Europa in un mondo globale fatto di giganti e grandi attori di fronte a cui il blocco, in determinati settori, fatica a mantenere gli standard che l’hanno reso prospero e competitivo. Quando questo interseca il tema della sicurezza alimentare, nasce l’inquietudine. E risolverla non sarà facile.

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