Con l’arrivo della seconda ondata della pandemia di coronavirus, l’Italia si è trovata ancora una volta sopraffatta dall’incremento dei contagi e dal graduale riempimento degli ospedali, in una situazione che appare tristemente simile – se non addirittura peggiore – a quella vissuta nella scorsa primavera. Questo scenario, di conseguenza, ha obbligato dapprima le regioni e quindi il governo italiano a mettere in atto una nuova serie di restrizioni volte a limitare la diffusione del contagio. Soluzioni che, gradualmente, stanno sempre prendendo però la forma della strategia già messa in atto lo scorso marzo e che aveva condotto dapprima ad un parziale e quindi ad una totale chiusura delle attività considerate “non essenziali”.
Entrare in lockdown – anche se questa volta il termine non è stato utilizzato – è però una misura limite, poiché genera tutta una serie di conseguenze sia sull’apparato economico sia sulla vita dei cittadini che è tutt’altro che di secondo rilievo. Soprattutto se attuato per una seconda, soprattutto se attuato su un’economia quanto mai fragile e soprattutto se attuata su delle persone che sono già state profondamente provate dalle lunghe giornate della scorsa primavera.
L’Italia entra in letargo, ma le scorte sono sufficienti?
Quando lo scorso marzo il presidente del consiglio dei ministri Giuseppe Conte annunciò l’estensione della zona rossa a tutta Italia, la situazione dentro alla quale ci stavamo addentrando aveva il sapore di qualcosa di epocale. Nessuno sapeva a che cosa saremmo andati incontro e nessuno conosceva appieno i rischi e le criticità che l’ingresso in questa forma di “letargo” avrebbe generato. certo, che l’economia del Paese subisse un forte rallentamento era di pubblico dominio, ma nessuno si sarebbe aspettato – o meglio, avrebbe sperato – che a pochi mesi di distanza la situazione si sarebbe ripresentata pressoché identica.
Questa volta, però, le cose stanno in maniera molto differente. Alla scorsa tornata, infatti, sia i privati grazie ai loro risparmi e sia lo Stato grazie alle proprie disponibilità avevano modo di reggere alla botta del lockdown anche grazie all’arrivo imminente della stagione calda. Adesso, però, con la crisi iniziata ancora prima dell’inverno la situazione è completamente agli antipodi ed il rischio è che la criticità duri ben di più delle quattro settimane messe in conto ma si estenda sino ad arrivare anche al prossimo aprile. E questo scenario – considerando come si stia già arrivando al ristori-bis a meno di 15 giorni dalle prime misure – se non drammatico si è già dimostrato assai grottesco.
Il vero dramma sono i pochi letti in ospedale
Uno dei dati che viene messo quotidianamente in evidenza riguarda il numero di posti letto in terapia intensiva che ogni giorno vengono utilizzati nel nostro Paese: al 6 novembre, circa un terzo di esse è stato occupato da pazienti che hanno contratto il Covid-19 – con il record detenuto dal Piemonte, arrivato al 41%. Ma il vero dato preoccupante è quello relativo all’occupazione dei posti letto in sub-intensiva, che hanno già quasi raggiunto il livello di saturazione. Nonostante l’esperienza pregressa e gli allarmi lanciati già sul finire della scorsa primavera, dunque, non abbastanza è stato fatto per potenziare l’apparato ricettivo degli ospedali. E la sottovalutazione anche della “psicosi” che ha generato un numero di chiamate al 118 superiore al necessario ha contribuito alla degenerazione dello scenario attuale.
Tuttavia, a conti fatti appare ancora una volta evidente come l’Italia si sia fatta cogliere sostanzialmente impreparata sotto il piano sanitario nella gestione della pandemia. E proprio questo fattore, in ultima battuta, è stato l’elemento chiave che ha obbligato la politica italiana a ricorrere ancora una volta allo strumento del lockdown, quale che sia il prezzo da pagare.
Ad essere a rischio è anche la salute (mentale)
Preso atto però delle criticità economiche alle quale si andrà incontro con l’attuazione di una serrata – parziale o totale che sia – e dei rischi sanitari legati alla pandemia, anche l’elemento psicologico non è da sottovalutare. Chiusi all’interno delle proprie abitazioni, assolutamente incerti riguardo al proprio futuro lavorativo e spesso in preda alla solitudine, è la stessa salute mentale anche degli italiani ad essere messa in crisi. In questi mesi, infatti, sono stati molteplici gli allarmi degli psicologi relativi al peggioramento della salute mentale di un numero sempre maggiore di italiani a seguito del blocco della scorsa primavera. E questa volta, con le prospettive di un lungo inverno da affrontare, il rischio che la situazione prenda una deriva ancora peggiore è decisamente elevato, generando una declinazione ulteriore dei danni derivanti dalla pandemia.
Andrà anche tutto bene, ma saremo molto diversi
Confidando anche nella riuscita delle mosse messe in campo dal governo italiano e dalle singole autorità regionali, tuttavia, l’immagine del nostro Paese del prossimo futuro sarà ben differente da quella che abbiamo conosciuto. Con il passaggio della pandemia, la chiusura dei locali a tempo indeterminato e la contrazione del turismo molte delle attività attuali cesseranno per sempre di esistere. In particolare, molte di quelle micro imprese e Pmi che storicamente sono state la componente principale dell’economia del nostro Paese questa volta non saranno in grado di superare il periodo di difficoltà.
L’Italia, dunque, rischia di uscire da questa seconda tornata di serrate come completamente ridisegnata, perdendo molte di quelle varietà e particolarità imprenditoriali e territoriali che hanno caratterizzato la nostra stessa immagine nel mondo. E soprattutto, il pericolo è quello di perdere per sempre quelle realtà che hanno per secoli segnato la fortuna dei nostri territori.
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