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Monte dei Paschi di Siena è destinata a vivere mesi decisivi per il suo futuro. La proposta di cessione, completa o parziale, degli asset dell’istituto toscano a Unicredit potrebbe, in potenza, portare alla fine alla scomparsa dal panorama nazionale della più antica banca del nome. Che già dal nome rievoca i pascoli maremmani (paschi) le cui rendite furono date a garanzia dei debiti contratti dal Granducato di Toscana a partire dall’epoca di Ferdinando II de’ Medici in seguito all’inizio della signoria fiorentina su Siena.

Storia lunga e fieramente identitaria, quella di Mps, fusa in un tutt’uno con quella di una città di antica nobiltà. E indicativamente dall’inizio della sua storia, nel 1472, alla storica decisione di quotarsi in borsa a Milano nel 1999 la storia della città e della banca hanno proceduto assieme. Ma anche nel nuovo millennio la prima ha dipeso profondamente dalla seconda, in un circolo che da virtuoso si è, nel corso degli anni, fatto sempre più vizioso sulla scia del graduale declino di Mps.

Un declino che ha una causa ben precisa: la hybris della governance guidata da Giuseppe Mussari che a inizio Anni Duemila volle fare il passo più lungo della gamba. Puntando a portare Mps, che passo dopo passo con una presenza crescente nel risparmio nazionale era diventato il quarto gruppo bancario italiano, a rilevare Antonveneta per 9 miliardi di euro così da immaginare una crescente esposizione sul territorio della Penisola.

Nel 2007, nota La Gazzetta di Siena, il nuovo acquisto “venne definito l’affare dell’anno dai leader economici e politici italiani. In effetti lo fu ma per Botin, il patron del Banco Santander che era riuscito a cedere una banca a dir poco malandata”. Era quella il periodo in cui Mps investiva in promozione su tutto il territorio toscano e nazionale e in cui, forti delle sponsorizzazioni della banca, la società calcistica del Siena raggiungeva la Serie A rimanendovi stabilmente per diversi anni e in cui, vincendo scudetti a ripetizione, la Mens Sana Basket sponsorizzata da Rocca Salimbeni portava in Europa il marchio del gruppo presentandosi universalmente come “La Montepaschi” in relazione al suo main sponsor.

Anni ruggenti cui seguì la Grande Depressione. In concomitanza con lo scoppio della crisi finanziaria globale, l’investimento del Monte si rivelò azzardato. Nessuna strategia era stata proposta per creare economie di scala in modo tale da gestire l’aumento dimensionale (da 2.100 a 3mila filiali) necessario per consolidare la posizione di terza banca del Paese che l’acquisto aveva garantito. Altrettanto lasche le misure volte a tamponare gli effetti della recessione mondiale sulla tutela di un patrimonio netto da 8,6 miliardi di euro che garantiva una raccolta di depositi vicina ai 100.

L’ordalia di Mps iniziò allora; seguirono la tempesta dei debiti sovrani del 2010-2011, la crisi giudiziaria del 2012-2013, l’esplosione dei crediti deteriorati, la destabilizzazione del tessuto bancario del Centro Italia tra il 2015 e il 2017. Una serie di mitragliate che travolsero gradualmente Rocca Salimbeni, incapace di darsi una visione strategica se non nella fase in cui, strenuamente, Alessandro Profumo e Domenico Viola provarono a portare in emersione i dati e i conti della mala gestio degli anni precedenti. Ricevendo come “premio” un processo e la condanna in primo grado. La cronaca politica in queste settimane si interroga sulle imminenti suppletive, quella degli ultimi anni ha posto l’enfasi sulla crisi del centrosinistra culminata nella caduta della città all’avanzata della destra nelle elezioni del 2018, ma la realtà dei fatti parla di un problema ben più ampio, dello choc sistemico vissuto da una comunità intera in cui, una volta, si diceva che la popolazione si divideva tra chi lavorava al Monte, chi vi aveva lavorato e chi avrebbe voluto farlo.

“La città”, ha scritto La Nazione, “ha affrontato una crisi socio-economica molto dura (la pandemia non ha certo aiutato), e negli anni ha perduto la propria centralità, anche quella presupposta, in ogni ambito della propria dimensione. Si pensi soltanto al disastro sportivo della Mens Sana”. Il rosso da 20 miliardi accumulato nel 2009 e nei dieci anni successivi è stato incrementato di 1,68 miliardi nell’ultimo esercizio di bilancio: Mps ha praticamente perso in media mezzo milione di euro al giorno, ogni giorno, per dodici esercizi consecutivi. Il salvataggio pubblico del 2017 è costato allo Stato 8 miliardi e 327 milioni di euro, ma è stato solo il culmine di una serie di interventi che hanno bruciato risorse nella banca e nella città. Nel 2008 Mps aggiunse al capitale 5 miliardi di euro per scalare Antonveneta; tre anni dopo furono messi a sistema ulteriori 2,152 miliardi per ovviare alle conseguenze della crisi e tra il 2014 e il 2015, di fronte allo sfascio dei conti e dell’operatività, erano stati iniettati ulteriori 8 miliardi di euro.

Il totale delle misure si avvicina ai 23 miliardi e mezzo di euro di capitalizzazione inseriti per dare fiato a Mps e via via bruciati. Il Sole 24 Ore ricorda che prima della cessione servirà, in ogni caso, un’ulteriore ricapitalizzazione da 2,5 miliardi di euro come richiesto dalla Banca centrale europea e per gli esuberi serviranno probabilmente ulteriori 1,5 miliardi. Il conto in profondo rosso è a dir poco desolante e la realtà dei fatti dice che Mps era, a suo modo, troppo grande per fallire negli scorsi anni ma al tempo stesso troppo radicata territorialmente per esser svincolata dalla dipendenza osmotica da Siena e dalla sua struttura di potere.

La palude che si è creata dopo l’insensatezza dell’affare Antonveneta ha via via dato origine al caos. Travolta da una slavina sistemica, Mps ha subito una crisi dopo l’altra e, in un decennio, potrebbe aver pregiudicato la sua tenuta futura. Charles Kindleberger, massimo storico della finanza del Novecento, amava citare la massima di Isaac Newton, scienziato geniale e investitore rimasto scottato da diverse perdite finanziarie: “Posso calcolare i moti dei corpi celesti, ma non la follia delle persone”. Questo principio si applica appieno alle possibili analisi che gli storici di domani potrebbero fare sui dieci anni che hanno affondato la banca più antica del mondo.

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