Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
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Il Libano è in default: la più grave crisi economica della storia del Paese dei cedri tocca l’apice dopo che, nella giornata di domenica 8 marzo, è arrivato l’annuncio dell’insolvenza su una tranche di bond da 1,2 miliardi di dollari da parte del premier Hassan Diab.

Beirut, ha spiegato Diab, premier da meno di due mesi, “sta sospendendo il rimborso del debito del 9 marzo per poter soddisfare le esigenze dei suoi cittadini. Questa decisione non è stata facile. È l’unica soluzione per proteggere l’interesse pubblico, parallelamente al lancio di un piano di riforme globale. La nostra decisione deriva dal nostro attaccamento all’interesse dei libanesi”.

A fronte di un debito pubblico da 92 miliardi di dollari denominato pressoché interamente in valuta straniera il Libano, inserito in un delicato contesto mediorientale, si trova in una situazione di pieno affanno. A ottobre la banca centrale, la Banque of Liban, ha visto crollare del 30% le riserve di valuta pregiata mentre il governo fissava un cambio forzoso di 1 a 1500 col dollaro senza tuttavia arginare la fuga di capitali.

Privo di un’economia efficiente e di settori strategici capaci di garantire stabilità, il Libano ha a lungo portato avanti un rischioso gioco delle tre carte, promettendo ritorni esorbitanti (dal 10 al 15% annuo) per i depositi di dollari provenienti dall’estero investiti o depositati nel Paese, sperando che le nuove entrate di capitale contribuissero a coprire i tassi d’interesse sui depositi e sul debito pubblico, oltre a finanziare le importazioni di beni di consumo. Il meccanismo ha portato il Libano ad avere un rapporto tra depositi bancari e Pil pari al 150%, ma in seguito si è avvitato su se stesso e ora il Libano dovrà affrontare una serie di scadenze altamente problematiche: due di queste sono previste ad aprile e a giugno, per un totale di circa 2,7 miliardi di dollari di capitale e di oltre 2 miliardi di interessi da pagare, 1,3 miliardi dei quali assettizati in Eurobond.

Il governo di Beirut, sottolinea Business Insider“ha deciso di avvalersi dei servigi della banca d’investimento statunitense Lazard e dello studio legale Cleary, Gottlieb, Steen and Hamilton, il cui compito sarebbe appunto quello di approntare la bozza di una proposta di ristrutturazione da proporre agli investitori nel corso del seven-day grace period richiesto prima della scadenza, come previsto dal contratto che regola l’obbligazione”. Lo scenario è a tinte fosche perché il Paese dei cedri rischia di vedere l’instabilità economica, in caso di fallimento di questo tentativo, trasformarsi in collasso politico.

Con un milione di profughi siriani al suo interno e una popolazione eterogenea e divisa tra sunniti, sciiti e cristiani maroniti, regolata da un fragile equilibrio politico, il Libano può trasformarsi in una polveriera in caso di dissesto economico. Aggiungendo problemi sistemici al caos mediorientale e mettendo sotto stress anche il continente europeo in caso di contagio finanziario e apertura di un nuovo fronte sul lato dell’immigrazione. Le speranze di un salvataggio sistemico del Libano restano comunque remote, dato che con un debito pubblico al 160% del Pil ogni scadenza rischia di trasformarsi in un’ordalia. Il timore di una catena di default apre scenari inediti e rischiosi per il Paese dei cedri.

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