La pandemia ha generato una crisi energetica di ampie proporzioni che, per alcuni Paesi come la Cina, si è rivelata un’occasione da sfruttare. Pechino ha fatto incetta di petrolio nei mesi di marzo ed aprile, quando il prezzo del greggio era dimezzato ed è così riuscita a rimpinguare le riserve strategiche di Stato. Ora, invece, è arrivato il momento di vendere le scorte accumulate e circa un milione di barili di greggio al giorno finisce sul mercato di esportazione per essere acquistato da società di trading straniere. Un comportamento che influisce sui prezzi del petrolio ed ha spinto il Brent sotto i 43 dollari al barile mentre il Wti si aggira intorno ai 40 dollari. Il greggio da rivendere non manca dato che solo a giugno in Cina sbarcavano 12,99 milioni di barili di petrolio al giorno (+34,4 per cento sul 2019). Il ruolo esercitato dalla Cina sulla crescita del prezzo del petrolio non è da sottovalutare: il greggio si era inabissato fino a raggiungere il valore shock di -40 dollari per poi tornare sopra lo 0 e raggiungere i 40 dollari al barile. Gli acquisti di Pechino, che è pur sempre la seconda economia del mondo ed ha bisogno del petrolio per mantenere attivo il proprio sistema produttivo, hanno contribuito a consolidare questo trend.

Petrolio ed alleanze

Secondo gli analisti della Wood Mackenzie le riserve petrolifere cinesi, sia commerciali che strategiche, si sarebbero espanse, nel 2020, fino a toccare gli 1.15 miliardi di barili di oro nero. Per quattro settimane, a partire dalla fine di marzo, la Cina avrebbe invece acquistato 1.6 milioni di tonnellate di petrolio dalla Russia contribuendo, in questo modo, a salvare i bilanci delle società energetiche di Mosca, che si erano ritrovate prive del mercato europeo. La Repubblica Popolare Cinese ha potenziato le importazioni provenienti dall’Arabia Saudita che nei primi due mesi del 2020 sono cresciute del 26 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nel 2019, invece, il petrolio saudita costituiva il 16 per cento dell’import cinese. Gli Stati Uniti, a causa delle tensioni con Pechino, hanno venduto alla controparte appena 133mila barili al giorno nel 2019: un flusso flebile che si è interrotto del tutto nei primi due mesi del 2020. I rapporti energetici sono strettamente legati alle alleanze politiche e possono servire per espandere l’influenza cinese in aree strategiche del mondo, come il Medio Oriente oppure per rinsaldare una partnership, come nel caso della Russia.

I trend energetici di Pechino

L’economia cinese è riuscita a riprendersi più in fretta di quanto previsto da molti analisti. Il Prodotto Interno Lordo, contrattosi del 6.8 per cento nel primo trimestre del 2020, è cresciuto del 3.2 per cento nel secondo trimestre ( contro un’aspettativa del 2.5 per cento). La domanda di carburante è tornata sui livelli pre Covid-19, con il gasolio ed il diesel a guidare la ripresa dato che molti lavoratori preferiscono la sicurezza delle proprie autovetture rispetto ai potenzialmente insalubri mezzi pubblici. Il traffico è tornato ad intasare le vie di molte metropoli riuscendo, in alcuni casi, a superare i livelli di un anno prima. Il crollo dei consumi in Cina, avvenuto ad inizio febbraio, aveva segnato una delle pagine più buie della storia dell’industria petrolifera ma la riapertura di attività commerciali e scuole è riuscita a tirare il Paese fuori dalle pericolose sabbie mobili in cui si era trovato coinvolto. Il trend positivo sembra essere confermato dalla decisione di incrementare la produzione di petrolio e gas dell’1 per cento nel 2020. L’obiettivo verrà raggiunto grazie allo sfruttamento più intensivo dei giacimenti della baia di Bohai, di fronte alla costa del Sichuan e della occidentale regione dello Xinjiang. La Cina è riuscita a sopravanzare buona parte del mondo, ancora alle prese con la prima o la seconda ondata di Covid-19 e si avvia a concludere l’anno nel tentativo di avvicinarsi e superare i rivali storici degli Stati Uniti, in gravi difficoltà a causa del morbo.

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