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In Italia la task force guidata da Vittorio Colao ha indicato nella lotta all’uso del contante uno dei punti fondamentali per far ripartire il Paese nella Fase 3. Il Comitato di esperti in materia economica e sociale, nel rapporto “Iniziative per il rilancio. Italia 2020-2022”, ha evidenziato una serie di criticità da superare con interventi mirati e precisi.

Si va dal rinnovamento della Pa mediante la digitalizzazione alle possibilità del governo di attingere alle riserve auree della Banca d’Italia, dall’accelerazione sul 5G alla riforma della giustizia. E poi altri interventi sulle infrastrutture, sul turismo, sul codice degli appalti e sulla fiscalità. Quello che però ci interessa qui evidenziare è la crociata contro i contanti, uno dei punti chiave dell’intero documento.

Il Piano Colao parla chiaro. Dal suggerimento di ridurre i limiti per i pagamenti cash all’incentivazione degli e-payment, fino all’ipotesi di un anticipo fiscale sui prelievi, l’intenzione della task force è quella di ridurre al minimo la circolazione di banconote e monete. No, non c’entra soltanto l’emergenza Covid, con il virus che potrebbe pericolosamente annidarsi sulle superfici dei nostri denari. La pandemia ha accelerato un processo nell’aria già da diversi mesi. Già il governo giallorosso, sbandierando la lotta all’evasione fiscale, aveva intenzione di rimodellare la società italiana, togliendo i contanti dalle tasche dei cittadini.

Un’Italia senza contante?

Un’Italia senza contanti, dove ogni pagamento viene effettuato mediante cellulare. È questa l’immagine che ha fatto trasparire lo stesso Colao quando, in occasione del Festival dell’economia di Trento, il manager spiegava che del contante non c’era più bisogno. “Concettualmente – ha dichiarato Colao poche settimane fa – del contante non c’ è bisogno, e nemmeno dei pos. Ogni smartphone può fare queste operazioni. È chiaro che bisogna creare degli incentivi per chi fa e per chi riceve i pagamenti elettronici. Un po’ di nero lo farebbe emergere”.

Una società del genere, che ha pressoché dimenticato il tintinnio delle monete e lo sfrusciare delle banconote, esiste già: è la Cina. Certo, Italia e Cina sono due Paesi completamente diversi, tanto per quanto riguarda i loro sistemi politici quanto per i loro sistemi economici. Eppure, è possibile immaginare l’Italia del futuro auspicata dalla task force Colao guardando proprio al gigante asiatico e a come i cinesi vivono la loro quotidianità.

I rischi per la privacy

In Cina i sistemi di pagamento via smartphone hanno completamente sostituito i contanti. Per acquistare qualsiasi cosa, da una corsa su un mezzo pubblico a un vestito (e perfino per fare l’elemosina), i cittadini dell’ex Impero di Mezzo devono semplicemente tirare fuori il proprio telefono e scansionare un Qr code. Il gioco è fatto e la transazione eseguita.

Negli ultimi cinque anni Pechino ha assistito a una crescita esponenziale degli e-payment via smartphone. Basti pensare che nel 2018 l’ammontare complessivo di queste transazioni si aggirava intorno ai 41,51 trilioni di dollari, ovvero 28 volte in più rispetto al 2013. E oggi, con la pandemia, il giro di affari è ulteriormente aumentato. A questo punto vale la pena, seppur con tutte le differenze del caso, estendere una riflessione valida per il contesto cinese anche all’ipotetico futuro italiano sognato dagli esperti.

Usare i pagamenti elettronici – almeno in linea teorica – offre alle autorità la possibilità di controllare più facilmente i propri cittadini. Le transazioni online, infatti, permettono ai governi di monitorare ogni passo dei contribuenti, sapere con chi erano, dove erano, cosa hanno acquistato e quanto hanno speso. In Cina il governo può accedere all’enorme mole di dati prodotta dagli e-payment. Il diverso sistema politico dell’Italia, agli antipodi rispetto a quello cinese, è sufficiente per garantire la privacy dei cittadini?