Centinaia e centinaia di missili sparati sull’Ucraina in quasi un anno di guerra. Decine di grandi città distrutte, villaggi cancellati dalle cartine geografiche, case, palazzi e strutture ridotte in macerie e infrastrutture disintegrate. Queste sono soltanto alcune delle cicatrici con le quali, presto o tardi, qualcuno si ritroverà a fare i conti. Una cosa è certa: nessun conflitto è infinito, e non lo è neppure quello che si sta combattendo sul territorio ucraino dal 24 febbraio 2022. Arriverà inevitabilmente un momento in cui Mosca e Kiev raggiungeranno una tregua, se non un trattato di pace. Non sappiamo se ciò avverrà in maniera pacifica, come naturale conseguenza di una guerra non più sostenibile per nessuno, o se in seguito alla capitolazione di una delle due parti belligeranti. Al di là di ogni previsione, terminata la distruzione prenderà il via un periodo di (ri)costruzione.
La domanda da un milione di dollari, l’ennesima alla quale nessuno è in grado di rispondere, è: chi ricostruirà l’Ucraina? Anche perché i danni materiali fin qui registrati sono ingenti. Secondo uno studio realizzato dalla Kyiv School of Economics, risalente allo scorso agosto, la guerra avrebbe causato danni alle infrastrutture ucraine per un totale di 108,3 miliardi di dollari.
Il ministero della Difesa di Kiev ha inoltre stimato che il conflitto ha lasciato 3,5 milioni di persone senza casa, distrutto 105.200 automobili, 43.700 macchine agricole, 764 asili, 1.991 negozi e 634 strutture culturali. Il New York Times ha parlato della distruzione di 140mila edifici residenziali, mentre altre fonti parlano di 114.700 case. E ancora: i danni alle infrastrutture di trasporto, comprese strade e aeroporti, ammonterebbero a 31,6 miliardi di dollari. Scendendo nei dettagli, le ferrovie avrebbero subito 3,6 miliardi di danni, alle quali si aggiungono gli oltre 23mila chilometri di strade impraticabili (circa il 15% del Paese). Fuoco e fiamme anche su oltre 100mila vetture, per un danno stimato compreso in un range tra 1 e 2 miliardi di dollari. Si aggirerebbe invece intorno ai 5 miliardi di dollari il danno patito in seguito alla distruzione di coltivazioni e terreni agricoli. Per riparare i danni alle infrastrutture, stando as altre stime, servirebbero 185 miliardi di dollari.
A maggio, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sosteneva che la guerra era fin lì costata alla nazione qualcosa come 600 miliardi di dollari. Ma non è finita qui, perché oltre ai danni materiali ci sono altrettanto enormi danni immateriali. Secondo le Nazioni Unite, la guerra in Ucraina ha causato lo sfollamento di oltre 8 milioni di persone; 6,5 milioni di loro hanno attraversato i Paesi vicini tra cui Polonia e Moldova, per mettersi al riparo dal conflitto.
Nel caso in cui la guerra dovesse proseguire ancora per molto, la Banca mondiale prevede che per il pil dell’Ucraina una contrazione del 45% nel 2022. I numeri economici, del resto, sono allarmanti, visto che il 30% delle aziende è chiuso e una su due è stata costretta a diminuire la produzione. Senza contare, poi, il crollo degli investimenti, il blocchi delle spedizioni, le sempre più impattanti carenze energetiche, l’affossamento delle esportazioni e delle importazioni, oltre alla ritirata di un terzo della popolazione. La soglia di povertà potrebbe passare dall’1,8% del 2021 al 19,8% entro la fine dell’anno corrente.
Un Piano Marshall per l’Ucraina
Il grande rischio è che, nel momento in cui si concretizzerà, il progetto di ricostruzione dell’Ucraina possa trasformarsi in un grande business. In ogni caso, il primo ministro ucraino, Denys Shmyhal, ha presentato da mesi un piano di ripresa da 750 miliardi di dollari per ricostruire il paese dopo la fine della guerra.
A giugno, il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha fatto riferimento al Piano Marshall, un programma finanziato dagli Stati Uniti che ha contribuito a ricostruire l’Europa occidentale dopo la seconda guerra mondiale, come modello per la ricostruzione dell’Ucraina. Insomma, al netto delle stime, variabili e ancora imprecise, è plausibile quantificare il costo della ricostruzione ucraina tra i 200 e gli 800 miliardi di dollari.
Stiamo parlando di cifre enormi, dato che questi importi sono equivalenti – se non superiori – al pil dell’Ucraina prima della guerra. Non ci si può dunque aspettare che gli ucraini paghino da soli per la ricostruzione: l’Europa e gli Stati Uniti faranno la loro parte. Nel secondo dopoguerra il Piano Marshall statunitense ha incanalato circa 130 miliardi di dollari (in dollari del 2010) per facilitare la ricostruzione europea. Questo piano aveva due obiettivi: ripresa economica europea e contenimento dell’Unione Sovietica. La stabilizzazione economica dell’Europa era vista come un prerequisito per costruire istituzioni stabili che promuovessero la crescita del reddito e consolidassero la democrazia liberale.
Come ha sottolineto Project Syndacate, la ricetta riscosse un notevole successo. In Italia stimolò la crescita e favorì lo sviluppo industriale attraverso la rapida realizzazione di infrastrutture, creando le condizioni per la robusta espansione economica dei decenni del dopoguerra. In Germania, portò a nuove politiche industriali e rinvigorì la crescita. In tutta l’Europa occidentale, inoltre, svolse un ruolo cruciale nel ripristinare la stabilità finanziaria.
L’Unione europea e gli Usa possono proporre una soluzione del genere? Lasciando la domanda in sospeso, ricordiamo che il Piano Marshall offre diverse lezioni importanti per il presente. In primo luogo, ingenti iniezioni di denaro per la ricostruzione delle infrastrutture possono fornire grandi profitti. In media, i trasferimenti del Piano Marshall dal 1948 al 1952 rappresentavano meno del 3% del PIL nei paesi riceventi. Come se non bastasse, calcolatrice alla mano, nel 1948 il Piano Marshall rappresentava complessivamente il 5% del pil american. Se i paesi dell’Ue dovessero oggi impegnare il 5% del loro pil combinato per la ricostruzione postbellica dell’Ucraina, potrebbero finanziare un pacchetto di aiuti da 870 miliardi di dollari. I contributi americani possono poi aumentare ulteriormente il pacchetto di aiuti.
Un’occasione per la Cina
Ma in lizza per ricostruire l’Ucraina non ci sono soltanto Stati Uniti ed Unione europea. Troviamo anche la Cina, che si è sempre fatta trovare presente in casi analoghi, come in Siria, Libia o Afghanistan, quando cioè Paesi devastati dalla guerra necessitavano investimenti per voltare pagina.
Dal 2019, la Cina è il principale partner commerciale dell’Ucraina. L’Ucraina fa anche parte della Belt and Road Initiative, insieme alla Russia, e Kiev, per anni, è stata la prova che le potenze europee in contrasto con l’Ue potevano trovare amici a Pechino (come la Serbia e l’Ungheria, del resto). Il Dragone importava dall’Ucraina una discreta quantità di grano e, prima del conflitto, aveva pure investito cospicue somme in progetti locali, come sistemi ferroviari metropolitani e parchi eolici, che presumibilmente vorrebbe continuare a portare avanti in caso di accordo di pace.
Last but not least, la ricostruzione dell’Ucraina – a maggior ragione se l’Ue non dovesse trovarsi d’accordo su come e quando intervenire – potrebbe offrire alla Cina una ghiotta opportunità per migliorare la propria immagine globale. In che modo? Contribuendo, ad esempio, al mantenimento della pace in Ucraina tramite le Nazioni Unite. Nel complesso, la Cina è tuttavia molto più a suo agio nel parlare di ricostruzione fisica ed economica. Ecco, allora, che le infrastrutture strategiche ucraine distrutte potrebbero essere risollevate grazie ad operai e aziende cinesi. Per Washington e Bruxelles equivarrebbe ad una beffa da evitare ad ogni costo.