Il gran ballo dei bilanci dei colossi dell’IA

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Amazon, Meta, Alphabet, Microsoft: il Super Wedensday del 29 aprile ha visto quattro colossi della Borsa Usa riportare dati notevoli sul piano delle previsioni di ricavi spinte dall’Intelligenza Artificiale e dei servizi di cloud ma parimenti presentare evidenze miste sul piano dei ritorni attesi per gli investimenti e le azioni. Nel primo trimestre 2026 Meta, parent company di Facebook, annuncia ricavi per 55,6 miliardi di dollari (+31,3%), Microsoft per 81,4 (+16,1%), Alphabet è poco sotto quota 107 (+18,5%) e Amazon a 177,3 miliardi (quasi +14%). Dati stellari che, però, raccontano solo una parte della storia della corsa all’intelligenza artificiale degli Stati Uniti.

Da Sundar Pichai, Ceo di Alphabet, a Satya Nadella di Microsoft il fil rouge degli amministratori delegati è lo stesso: vengono battute le stime degli analisti, si annunciano fatturati record, si imputa al cloud computing e ai servizi legati all’elaborazione dati dell’Ia l’aumento delle vendite ma parimenti si ricordano le fragilità strutturali da superare. Da un lato, un trend costante che vede nel calo del personale delle Big Tech (Meta -10% dei dipendenti) un obiettivo strutturale dei Ceo. Dall’altro, l’ombra della maxi-spesa per il conto capitale (Capex) fatto di data center, infrastrutture di calcolo, chip, schede di memoria, terreni e fabbricati che servirà a costruire l’architettura sistemica su cui far correre l’IA, oggi giunta alla fase dell’inferenza in cui si prova ad esploderne e aumentarne le capacità concrete. Del resto, le aziende del tech si stanno indebitando per centrare i target: hanno emesso nel 2025 121 miliardi di dollari di bond e ne promuoveranno almeno 175 nell’anno in corso.

I Capex restano un vincolo strutturale. Costruire l’architettura avrà un costo non secondario. Come riportava la Cnbc, tutta Big Tech prevedeva nel 2026 spese in conto capitale destinate all’Ia per 770 miliardi di dollari. Ora i nodi stanno venendo gradualmente al pettine: i flussi di cassa dovranno finanziare un’attività ordinaria sempre più onerosa e che potenzialmente potrà fare ricco soprattutto chi produce chip e componentistica, da cui ad esempio il boom di aziende come Intel. Meta, ad esempio, è scivolata del 7% a Wall Street dopo aver annunciato che la spesa necessaria per l’IA sarebbe salita a 125-145 miliardi di dollari nel 2026 contro la precedente stima di 115-135.

Una sola azienda che spende 6-7 manovre finanziarie italiane in investimenti produttivi è una notizia. Il fatto che questi investimenti siano visti da molti attori finanziari come un potenziale vincolo alla crescita dei gruppi e che le aziende li intendano ripagare anche con i tagli al personale è quantomeno sinonimo d’incertezza sulla redditività attesa. Alphabet, ad esempio, secondo il Financial Times alzerà del 60% a quasi 36 miliardi di dollari le spese trimestrali in Capex. La certezza di tutti è che questi deal e questi investimenti creano valore. Ma con un sistema energetico incerto, tassi tutti da definire nella loro evoluzione e un’economia globale che mostra segni di rallentamento non è detta l’ultima parola. Il super-mercoledì racconta di un boom di ricavi e prospettive d’investimento. Ma anche della fragilità intrinseca del settore IA. Su cui pende sempre il dubbio di essere, in fin dei conti, una bolla già segnata se nessuno farà strutturalmente soldi con l’applicazione di questa rivoluzionaria tecnologia.