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Il Giappone e la bomba silenziosa sotto i mercati globali

L'intervento Usa sullo yen può essere letto come un tentativo di guadagnare tempo durante una transizione estremamente complessa.

Per capire perché oggi molti investitori guardano al Giappone con crescente preoccupazione bisogna partire da una delle dinamiche più importanti e meno comprese della finanza globale: il carry trade sullo yen. Per oltre vent’anni, infatti, il Giappone ha rappresentato un’anomalia nel panorama economico mondiale perché mentre Stati Uniti ed Europa attraversavano cicli di crescita, inflazione e rialzi dei tassi, Tokyo conviveva con deflazione cronica, crescita debole e tassi d’interesse vicini allo zero. Questa situazione ha reso lo yen una fonte quasi inesauribile di capitale a bassissimo costo per investitori di tutto il mondo.

Il meccanismo era apparentemente semplice. Fondi, banche e investitori prendevano in prestito yen pagando interessi minimi e utilizzavano quel denaro per acquistare attività finanziarie più redditizie altrove: Treasury americani, obbligazioni corporate, azioni statunitensi, mercati emergenti, private equity e immobili. La differenza tra il rendimento ottenuto sugli investimenti e il costo del finanziamento rappresentava il profitto del carry trade. Per anni questa strategia ha funzionato così bene da diventare uno degli ingranaggi fondamentali della liquidità mondiale, oltre ad essere stata anche una delle principali fonti di leva finanziaria globale; una parte significativa della domanda di asset finanziari nel mondo è stata, non a caso, alimentata proprio da denaro preso in prestito in Giappone. Per questa ragione esisteva una relazione molto stretta tra il cambio USD/JPY e il differenziale di rendimento tra i titoli di Stato americani e quelli giapponesi. Più i Treasury americani offrivano rendimenti superiori rispetto ai bond giapponesi, maggiore era l’incentivo per gli investitori a vendere yen, acquistare dollari e investire negli Stati Uniti. Il risultato era un dollaro più forte e uno yen più debole. Il grafico seguente mostra questa relazione:

La linea blu rappresenta il differenziale tra il rendimento del Treasury americano a dieci anni e quello del titolo di Stato giapponese a dieci anni. La linea verde rappresenta invece il cambio USD/JPY. Quando aumenta il vantaggio dei rendimenti americani rispetto a quelli giapponesi, il dollaro si rafforza contro lo yen e quando il differenziale si riduce, il cambio tende a seguirlo. A partire da aprile 2025, indicato con la linea tratteggiata e associato al cosiddetto “Liberation Day” (cioè il giorno dell’avvio della politica tariffaria della seconda amministrazione Trump), e all’inizio di una nuova fase di tensioni commerciali globali, la correlazione si rompe. Da quel momento il differenziale di rendimento continua a scendere in modo significativo, passando da circa il 3,5% a livelli inferiori al 2%, ma il cambio USD/JPY non segue più la stessa traiettoria. Anzi, il dollaro rimane sorprendentemente forte e lo yen non si apprezza nella misura che i modelli tradizionali avrebbero suggerito, sintomo che il mercato sembrerebbe aver iniziato a interrogarsi sulla sostenibilità dell’intero sistema che ha sorretto il carry trade per decenni.

La Bank of Japan ha infatti avviato negli ultimi anni un lento processo di normalizzazione della politica monetaria dopo un periodo straordinariamente lungo di tassi ultra-bassi. Per decenni, gli investitori globali hanno praticamente ignorato i titoli di Stato giapponesi poiché i rendimenti erano schiacciati vicino allo zero dalla politica ultra-espansiva della Bank of Japan, che attraverso quantitative easing e controllo della curva dei rendimenti (Yield Curve Control) aveva trasformato il mercato dei JGB (Japanese Government Bonds) in uno dei meno remunerativi del mondo. Dopo aver abbandonato il controllo della curva dei rendimenti nel 2024 e dopo una serie di rialzi dei tassi, il mercato obbligazionario giapponese ha ricominciato a muoversi liberamente. I rendimenti dei JGB sono saliti a livelli che non si vedevano dagli anni Novanta e il decennale giapponese è arrivato vicino al 3%, mentre le scadenze più lunghe hanno raggiunto massimi pluridecennali. Per la prima volta dopo una generazione, gli investitori giapponesi hanno potuto ottenere rendimenti interessanti senza esportare necessariamente il loro capitale all’estero. Ma il Giappone rimane uno dei più grandi creditori del pianeta: se una quota anche limitata dei flussi che tradizionalmente finivano nei Treasury americani o in altri asset globali dovesse essere reindirizzata verso il mercato domestico, gli effetti potrebbero essere significativi per tutto il sistema finanziario internazionale.

La risalita dei rendimenti è stata però alimentata non solo dalla normalizzazione monetaria, ma anche dalle crescenti preoccupazioni degli investitori per i piani di spesa del governo e per la sostenibilità fiscale di un paese che già possiede il più elevato rapporto debito/PIL del mondo sviluppato. Negli ultimi giorni il governo della premier Takaichi ha inoltre approvato un controverso piano per ridurre l’imposta sui prodotti alimentari dall’8% all’1% per due anni, una misura che potrebbe creare un buco di bilancio vicino ai 5.000 miliardi di yen (circa 32 miliardi di dollari). Il risultato è però che il Giappone si trova in una situazione estremamente delicata. Da un lato la Bank of Japan deve continuare a normalizzare la politica monetaria per rispondere al ritorno dell’inflazione e alle pressioni sui prezzi. Dall’altro, ogni aumento dei rendimenti incrementa il costo di finanziamento di uno Stato fortemente indebitato e rischia di generare tensioni sul mercato obbligazionario domestico.

L’intervento Usa per salvare… lo yen o il dollaro?

Se la rottura della correlazione tra differenziale dei tassi e cambio USD/JPY rappresenta il primo segnale di un cambiamento strutturale, lo storico intervento congiunto di Stati Uniti e Giappone per sostenere lo yen mostra quanto le autorità siano consapevoli dei rischi che stanno emergendo. A inizio agosto Washington e Tokyo sono intervenute direttamente sul mercato valutario per arrestare il crollo dello yen, sceso ai livelli più bassi degli ultimi quarant’anni contro il dollaro. Si tratta del primo intervento coordinato dal 2011, un evento straordinario che sottolinea quanto la debolezza della valuta giapponese sia ormai considerata un problema sistemico e non più soltanto una questione domestica. Un ulteriore indebolimento dello yen rischierebbe infatti di spingere Tokyo a difendere la valuta attraverso la vendita di una parte delle sue enormi riserve in Treasury americani. Per gli Stati Uniti questo scenario sarebbe potenzialmente destabilizzante, poiché il Giappone è uno dei principali detentori esteri di debito pubblico americano e una massiccia liquidazione di Treasury potrebbe alimentare un ulteriore rialzo dei rendimenti statunitensi proprio in una fase già delicata per la sostenibilità fiscale americana.

In questo senso, l’intervento sullo yen può essere letto come un tentativo di guadagnare tempo durante una transizione estremamente complessa. A differenza delle tradizionali operazioni sul mercato valutario, però, Washington non ha venduto dollari per acquistare yen. Secondo quanto riportato dal Financial Times e da Reuters, la Federal Reserve Bank di New York, operando per conto del Tesoro americano, avrebbe invece venduto euro e acquistato yen, in un’operazione definita da diversi analisti come “altamente insolita” e forse addirittura senza precedenti. Washington non vuole quindi semplicemente aiutare il Giappone a difendere lo yen: vuole soprattutto evitare che il Giappone debba vendere Treasury americani per farlo.

Per questo il Segretario al Tesoro Scott Bessent sta spingendo la Federal Reserve ad ampliare il FIMA Repo Facility, uno strumento che permette alle banche centrali estere di ottenere dollari mettendo in garanzia i Treasury detenuti presso la Fed di New York, senza doverli liquidare sul mercato. Sostanzialmente, invece di vendere centinaia di miliardi di dollari di titoli di Stato americani per raccogliere liquidità e comprare yen, il Giappone potrebbe temporaneamente “impegnare” quei titoli presso la Fed e ottenere direttamente i dollari necessari per intervenire sul mercato valutario. Se quindi il Giappone dovesse smettere gradualmente di essere il grande fornitore di liquidità che è stato finora, gli effetti non si fermerebbero a Tokyo, ma si farebbero sentire in tutto il sistema finanziario globale.

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