La bussola che ha spinto Takaichi Sanae a volare in India è prevalentemente economica. La premier del Giappone, dopo aver effettuato un tour europeo culminato nel vertice del G7 a Evian, è pronta a recarsi a Delhi per un attesissimo vis a vis con Narendra Modi. Sul tavolo ci saranno diversi dossier da approfondire nel tentativo di limitare la coercizione cinese, la stessa che in questi ultimi giorni sta creando diversi problemi a Tokyo sotto forma di restrizioni imposte da Pechino ai produttori di droni, alle aziende nucleari a gli istituti di Difesa.
Queste misure non sono fulmini a ciel sereno. Al contrario, rappresentano la parte finale di un’escalation iniziata a gennaio, quando Pechino ha vietato le esportazioni verso il Giappone di Terre Rare, magneti permanenti e altri minerali critici necessari per alimentare le tecnologie militari, in risposta alle dichiarazioni di Takaichi, secondo la quale un ipotetico attacco cinese a Taiwan potrebbe scatenare una risposta militare da parte di Tokyo. La strategia adottata da Xi Jinping è tanto semplice quanto chiara: consiste nello sfruttare il dominio sulle catene di approvvigionamento come strumento di deterrenza, esercitando pressione su Paesi terzi in momenti specifici senza ricorrere alla forza militare.
La strategia del Giappone
Per uscire dall’impasse cinese, il Giappone sta adottando un’altra strategia: quella della diversificazione dei partner e dei rapporti commerciali. L’India è un mercato molto interessante, non solo per le sue enormi dimensioni (oltre 1,4 miliardi di persone con una classe media in continua ascesa) ma anche per il potenziale futuro. Non è un caso che i flussi netti di investimenti nipponici in Cina siano diminuiti dai 12,5 miliardi di dollari del 2021 ai circa 1,7 miliardi registrati nel 2025, e che quelli in India siano passati dai 3,7 miliardi ai 7,6 miliardi nella stessa finestra temporale presa in esame (concentrati per lo più nelle infrastrutture).
Come ha spiegato il Japan Times, assisteremo a un upgrade dei rapporti sino-indiani. Già, perché il vis a vis tra Takaichi e Modi dovrebbe, tra le altre cose, partorire una task force governativa congiunta per rafforzare la cooperazione nello stoccaggio di gas naturale liquefatto e confermare investimenti del settore privato giapponese in India per un valore totale di 10 trilioni di yen (oltre 61 miliardi di dollari) nell’arco del prossimo decennio.
“L’India è il perno delle nostre strategie contro la Cina”, ha spiegato da dietro le quinte un anonimo funzionario del governo giapponese. Verissimo: ma in questo binomio bisogna comunque inserire anche gli Stati Uniti, e tenere presente che i rapporti tra Washington e Delhi si sono deteriorati e che non vi è alcuna prospettiva che si tenga un vertice del Quad.
L’importanza dell’India
Tra le altre questioni rilevanti destinate a rilanciare l’asse Delhi-Tokyo troviamo un accordo sul finanziamento di un progetto per produrre idrogeno e ammoniaca che coinvolgerà la giapponese IHI e l’indiana ACME Group. Le previsioni parlano di una produzione di circa 400mila tonnellate di ammoniaca all’anno per una spesa complessiva di circa 3 miliardi di dollari. Il materiale verrà esportato in Giappone e usato da Hokkaido Electric Power come combustibile di co-combustione nelle centrali elettriche a carbone e come materia prima per la produzione di prodotti chimici da Sumitomo Chemical e Mitsubishi Gas Chemical, oltre che come agente pulente per i semiconduttori da UBE.
Attesissima anche la Dichiarazione congiunta sulla cooperazione in materia di sicurezza economica, nella quale Takaichi e Modi rimarcheranno la loro contrarietà e opposizione alla coercizione economica, con particolare riferimento alle restrizioni alle esportazioni imposte dalla Cina. Dovrebbe infine essere confermata la cooperazione in cinque aree prioritarie, tra cui i semiconduttori e i minerali strategici, compresi gli elementi delle Terre Rare.
Ricordiamo che negli ultimi dieci anni il Giappone ha fissato tre importanti obiettivi di investimento per l’India. Nel 2014, l’allora primo ministro Shinzo Abe promise 35 miliardi di dollari in finanziamenti e investimenti giapponesi in cinque anni, obiettivo ampiamente raggiunto. Nel 2022, uno dei suoi successori, Fumio Kishida, ampliò l’obiettivo a 42 miliardi, un traguardo quinquennale di investimenti e finanziamenti pubblici e privati, incentrato sulla trasformazione digitale, la resilienza della catena di approvvigionamento, le energie rinnovabili e le startup.
Nel 2025, l’allora premier Shigeru Ishiba introdusse un obiettivo decennale di investimenti privati pari a 10 trilioni di yen, con particolare attenzione ai semiconduttori, ai minerali critici e alle tecnologie avanzate. Si tratta dello stesso obiettivo che Takaichi ha indicato come prioritario per rafforzare la competitività industriale del Giappone.