Che cosa è successo alla Nuova Via della Seta? È passato un decennio, ormai, da quando, nel 2013, il presidente cinese Xi Jinping ha annunciato la Belt and Road Initiative (Bri), un enorme piano infrastrutturale per connettere la Cina al resto del mondo, in particolare ad Africa, Asia ed Europa.

Più di 150 Paesi affamati di investimenti e infrastrutture hanno concluso accordi con Pechino, mentre l’Italia, unico membro del G7, rientra tra gli Stati che hanno firmato un Memorandum of Understanding con il Dragone.

In un primo momento, la realizzazione del piano avrebbe dovuto avere un costo stimato in 900 miliardi di dollari, con appositi fondi e banche di sviluppo pronti ad ammortizzare la spesa. Sembrava che tutto filasse per il verso giusto ma, in seguito alla pandemia di Covid-19, e alla conseguente crisi economica scaturita da lockdown e rigide misure restrittive, il governo cinese è stato costretto a diminuire le spese non necessarie, come evidenziato da InsideOver. E dunque a ridimensionare, o per lo meno congelare, gran parte della Bri. Oggi sono stati pubblicati alcuni studi che gettano ombre sugli accordi fin qui andati in porto e sulle cifre generate dal progetto.

Prestiti e debiti

Il Financial Times ha scritto che il programma cinese di finanziamento delle infrastrutture legate alla Bri, dal valore di 1 trilione di dollari, sarebbe stato colpito da una spirale di prestiti inesigibili. Facendo riferimento ai dati raccolti da Rhodium Group, negli ultimi tre anni si sarebbero deteriorati oltre 78 miliardi di dollari di prestiti, rendendo così la Cina il più grande creditore bilaterale del mondo.

Nello specifico, tra il 2020 e la fine del marzo 2023, sarebbero stati rinegoziati o cancellati circa 78,5 miliardi di prestiti da istituzioni cinesi per la costruzione di strade, ferrovie, porti, aeroporti e altre infrastrutture in tutto il mondo. Se i valori dovessero essere confermati, si tratterebbe di una cifra oltre quattro volte i 17 miliardi di dollari di prestiti rinegoziati o cancellati rilevati nel triennio 2017-2019.

Come se non bastasse, Pechino avrebbe esteso un volume senza precedenti di “prestiti di salvataggio” per prevenire insolvenze sovrane da parte di grandi mutuatari compresi tra i circa 150 aderenti alla Bri. Il valore di tali salvataggi ammontava a 104 miliardi di dollari tra il 2019 e la fine del 2021, secondo uno studio condotto da ricercatori di AidData, Banca mondiale, Harvard Kennedy School e Kiel Institute for the World Economy.

Cosa potrebbe succedere alla Nuova Via della Seta

Un numero crescente di Paesi mutuatari della Bri è stato spinto sull’orlo dell’insolvenza a causa del rallentamento della crescita globale, dell’aumento dei tassi di interesse e dei livelli record di indebitamento dei Paesi in via di sviluppo. In ogni caso, è difficile che Pechino sospenda il suo programma di rifinanziamento dei debiti e di aiuti ai governi insolventi. In primis perché la Bri, più volte definita da Xi il “progetto del secolo“, è legata a doppia mandata all’immagine dello stesso leader cinese.

Nei prossimi mesi, la Cina utilizzerà il Belt and Road Forum for International Cooperation, che il Dragone dovrebbe tenere entro la fine dell’anno, per celebrare un decennio di risultati della Bri e tracciare piani futuri per la cooperazione.

La sensazione, a dispetto dei dati e dei report diffusi da numerosi think tank, è che la Repubblica Popolare Cinese abbia rimodellato, almeno in parte, il paradigma alla base della Nuova Via della Seta. La sensazione è che il piano iniziale di far confluire miliardi e miliardi di dollari in mercati già sviluppati, come lo sono quelli europei (e per di più senza alcuna certezza di riuscita), sia cambiato.

Adesso la Cina, complici le nuove tensioni con il blocco occidentale, sembrerebbe aver messo nel mirino i Paesi in via di sviluppo, il cosiddetto sud globale, avviando una sorta di cooperazione sud-sud e riprendendo in mano alcuni progetti africani ma anche puntando a testa bassa sull’America Latina. Nel frattempo, i Paesi con l’acqua alla gola, membri della Bri, continueranno a rinegoziare i loro debiti con le autorità cinesi fin quando sarà possibile.