Sono diversi i paesi che stanno corteggiando la Casa Bianca con l’obiettivo di approfittare dello storico disaccoppiamento delle economie di Stati Uniti e Cina, presentandosi come i candidati idonei a sostituire quest’ultima nel ruolo di fabbrica di beni a basso costo per i mercati del mondo avanzato. La posta in gioco è altissima: miliardi di dollari di investimenti, delocalizzazioni, trattamento commerciale privilegiato, trasferimento di conoscenze e competenze altrimenti difficili da ottenere, e molto altro ancora.

Fino ad oggi si è discusso della possibilità di spostare stabilimenti, denaro e cervelli statunitensi dai distretti industriali delle zone economiche speciali cinesi a quelli indiani. Le ragioni che vedrebbero l’India quale principale favorita dal disaccoppiamento sono molteplici: bacino della forza lavoro paragonabile a quello cinese, settore terziario florido ed avanzato, presenza simultanea di lavoratori altamente specializzati impiegabili in attività di nicchia e di manovalanza non specializzata impiegabile nella grande produzione di beni economici e, ultimo ma non meno importante, il forte legame che lega Nuova Delhi e Washington.

Oltre l’India, però, ci sono altri paesi sui quali gli Stati Uniti hanno posato lo sguardo, ed uno di questi è la Turchia.

Un obiettivo comune: avvicinare le due economie

Il 24 giugno si è svolto un vertice a distanza dal titolo eloquente, “A Time for Allies to be Allies: Turkish American Global Supply Chain“, al quale hanno preso parte politici ed affaristi di Washington ed Ankara. L’incontro è stato organizzato su iniziativa dell’influente Turkish American Business Council (TAIK), un gruppo di pressione legato al Consiglio per le Relazioni Economiche con l’Estero della Turchia, e ha visto la partecipazione, tra gli altri, del senatore repubblicano Lindsey Graham e del lobbista David Vitter.

L’obiettivo del Taik sembra essere stato raggiunto: Ankara voleva presentarsi quale rimpiazzo perfetto alla Cina nella produzione di beni a basso costo e quale porta di accesso verso altri mercati emergenti, come l’Africa, e gli ospiti americani hanno trovato la proposta allettante. Graham ha spiegato che il punto di partenza ideale per l’accoppiamento turco-americano sarebbe “un accordo di libero scambio che non ambisca semplicemente ad aumentare l’interscambio a 100 miliardi di dollari ma che integri le nostre economie”. Lo scenario, però, comporterebbe un costo non negoziabile: che il governo turco accetti di appiattirsi sulle posizioni della Casa Bianca in Siria e sugli S400.

In cambio dell’allontanamento da Mosca, Washington potrebbe offrire molto ad Ankara, un intero continente: l’Africa. Secondo Graham, infatti, “una volta che le due economie si integreranno, diventeremo partner più stretti in Africa. Niente mi renderebbe più felice che lavorare con la Turchia per offrire al continente africano delle alternative all’influenza e ai prodotti cinesi”.

Le delegazioni dei due paesi si sono trovate d’accordo su ogni punto discusso ed in particolare sul fatto che, pur non avendo una forza lavoro comparabile a quella cinese, la Turchia possiede, comunque, delle caratteristiche che la rendono appetibile: popolazione giovane, settore manifatturiero sviluppato e posizionamento strategico nei mercati di Balcani, Vicino Oriente, Asia centrale ed Africa.

Inoltre, Walmart, il gigante della grande distribuzione organizzata, che recentemente ha aperto alcuni stabilimenti in Turchia, ha inviato un riscontro positivo a Washington, segnalando la propria soddisfazione per la decisione presa.

Le prospettive di successo

Dal 2013 al 2019 il valore dell’interscambio commerciale annuale fra Turchia e Stati Uniti si è aggirato fra i 18 e i 20 miliardi di dollari e, nonostante la pandemia abbia colpito duramente i traffici internazionali, sembra che i due paesi raggiungeranno la stessa cifra anche nel 2020. Infatti, nei primi quattro mesi dell’anno, sono state scambiate merci per un valore di 6 miliardi e 100 milioni di dollari; una conferma della solidità del rapporto tra Washington e Ankara.

Ed è proprio il commercio uno dei principali strumenti con cui la Turchia sta tentando di corteggiare l’alleato d’oltreoceano. Ad esempio, l’anno scorso, il ministero del commercio turco ha svelato l’ambizione di elevare l’interscambio annuale alla quota record di 75 miliardi di dollari.

Gli esperti turchi e statunitensi hanno studiato attentamente l’ipotesi di un accoppiamento e sono giunti ad una conclusione: è possibile ed è anche auspicabile, poiché avrebbe ricadute positive per entrambi i paesi. Secondo Matthew Bryza, ex diplomatico di stanza in Europa e Vicino Oriente, “negli ultimi 18 anni la base industriale e tecnologica della Turchia è cresciuta in maniera considerevole. Il risultato [oggi] è che diversi settori dell’economia turca potrebbero beneficiare di un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti. Inoltre, il pil turco è triplicato nello stesso periodo, perciò il mercato turco potrebbe essere molto più importante per gli esportatori statunitensi rispetto al 2002”.

Hasan Vergil, professore di economia all’università di Istanbul, condivide lo stesso entusiasmo di Bryza e Graham: “Da qualsiasi angolazione la si veda, è chiaro che questo accordo beneficerebbe la Turchia. […] Gli attriti fra Stati Uniti e Cina potrebbero creare una buona opportunità per la Turchia. Il fatto che si stiano appellando alla Turchia significa che non sono riusciti a trovare un paese in grado di controbilanciare il dominio cinese in diversi settori. Questo è un problema grave per gli Stati Uniti, ma per la Turchia è un’altra storia. […] Potremmo incrementare la nostra capacità produttiva e diversificare i nostri prodotti, spezzando il dominio cinese nel mercato africano”.

L’obiettivo di Washington è, quindi, duplice: usare la Turchia per accelerare il disaccoppiamento della propria economia da quella cinese e, simultaneamente, approfittare della sempre crescente esposizione turca nel continente africano per fare concorrenza ai prodotti cinesi. Lo scenario è stato studiato accuratamente da entrambe le parti e reputato realizzabile e l’amministrazione Trump ha anche specificato i termini non negoziabili che il governo turco deve accettare qualora volesse diventare la fabbrica degli Stati Uniti e dell’Africa; adesso la decisione spetta a Recep Tayyip Erdogan.

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