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Mentre l’Unione europea è scossa da una lotta intestina fra favorevoli e contrari al mantenimento di relazioni energetiche privilegiate con la Russia, sullo sfondo di forti pressioni provenienti dagli Stati Uniti nell’ambito della cosiddetta strategia della dominanza strategica inaugurata dall’amministrazione Trump affinché i partner europei sostituiscano le importazioni di gas russo con quello liquefatto americano, il Cremlino è già corso ai ripari aumentando l’esposizione sul gigantesco mercato asiatico.

La strategia del Cremlino: meno Europa, più Asia

La Russia era consapevole che la crisi ucraina avrebbe funto da spartiacque nella storia dei rapporti con l’Occidente, riportando il clima politico e culturale ai tempi della guerra fredda, e ha rapidamente ridirezionato le rotte delle esportazioni di gas e petrolio verso i grandi mercati dell’Asia, in primis Cina, India, Giappone, Filippine e Thailandia.

La strategia energetica di lungo termine delineata all’indomani di Euromaidan prevede di aumentare l’esposizione nel mercato del gas liquefatto asiatico dall’attuale 6% al 30% entro il 2035, investendo principalmente nello sfruttamento delle gigantesche riserve siberiane, artiche e dell’estremo oriente, nel potenziamento dei siti di raccolta e trasporto, come lo Yamal, e nella costruzione di nuovi, come l’Artic Lng 2 e un terminale nella penisola Kamchatka.

In questo contesto si inquadrano le manovre congiunte con la Cina nell’Artico, alle quali è stata recentemente invitata anche l’India: Mosca offre partecipazioni in progetti destinati a rivoluzionare il mercato energetico continentale chiedendo in cambio investimenti e iniezioni di liquidità nella propria economia afflitta dalle sanzioni.

Mentre la Cina si sta rapidamente imponendo come il principale partner energetico della Russia, come palesato dallo storico accordo da 400 miliardi di dollari siglato nel 2014 fra Gazprom e Cnpc per una fornitura di gas trentennale, le ambizioni del Cremlino si stanno espandendo in tutta la parte meridionale del continente.

A inizio mese ha avuto luogo a Mosca una bilaterale fra Vladimir Putin e il presidente filippino Rodrigo Duterte, durante la quale si è discusso sia di cooperazione in tema di sicurezza e antiterrorismo che di energia. I due hanno annunciato un approfondimento dell’interscambio di prodotti energetici e Duterte ha avuto anche un incontro di alto livello con la dirigenza della compagnia petrolifera Rosneft, che sembrerebbe intenzionata a progetti di esplorazione ed estrazione nelle acque filippine.

La strategia russa è chiara: diventare protagonista nel settore energetico dell’Asia orientale e meridionale, spodestando l’egemonia consolidata di potenze del settore come le petromonarchie del Golfo, in previsione di una vera e propria esplosione nella domanda di beni strategici, quali gas, petrolio e anche nucleare, in quello che è già oggi il più popoloso mercato del pianeta, con oltre 2 miliardi e 700 milioni di persone residenti soltanto tra Cina e India.

Le perdite fisiologiche nel breve periodo causate dalla graduale uscita dal mercato europeo saranno compensate largamente nel medio e lungo, anche perché nel primo caso si tratta di una regione geopolitica a crescita quasi nulla, sia a livello produttivo che demografico, mentre nel secondo caso si tratta dell’area più in fermento del pianeta insieme all’Africa. Non sorprende, perciò, che simultaneamente alla maggiore esposizione in Asia, la Russia stia rapidamente espandendosi anche nel continente nero; il Cremlino ha infatti compreso una verità che ancora si fatica ad accettare nelle stanze dei bottoni euroamericane: il futuro dell’energia, e non solo, si scriverà in quelle che fino a ieri sono state le periferie del globo.

I perché della svolta russa ad Est

Gli Stati Uniti hanno trovato nei Paesi dell’alleanza Visegrad una sponda dall’elevato potere di pressione su Bruxelles, utilizzando la paura rossa inizialmente come una scusante per legittimare e giustificare il potenziamento della Nato e, in seguito, per svelare una strategia di penetrazione nel settore energetico europeo a detrimento della Russia che ha trovato una calda accoglienza, anche se eterogenea, nell’Unione dei 28.

La Polonia sta guidando la rivoluzione del gas all’interno del Vecchio continente, bilanciando la riduzione delle importazioni di gas russo con l’aumento di quelle di gas naturale norvegese e liquefatto statunitense e qatariota, investendo miliardi di zloty nell’ampliamento del terminale di Świnoujście e nella realizzazione del cosiddetto gasdotto Baltico. Quest’ultimo è stato studiato per trasportare il gas raccolto nel mare del Nord attraverso la Danimarca e consentire alla Polonia di diventare un piccolo hub energetico di proiezione transregionale capace di rifornire sia il vicinato Visegrad che Paesi più lontani come l’Ucraina.

Ma non è solo la Polonia ad aver palesato la volontà di smarcarsi dal gas russo, perché stando all’ultimo rapporto semestrale pubblicato da Gazprom le esportazioni di gas in nove Paesi dell’Europa balcanica si sono ridotte del 27% fra il 2018 e quest’anno. I casi più emblematici sono quelli di Grecia, Bulgaria e Turchia, verso i quali le esportazioni hanno registrato una diminuzione rispettivamente del 12,7%, 17,4% e 14%. Come evidenziato dalla compagnia russa, un ruolo di prima importanza in questo cambiamento di paradigma è giocato dall’aumento della domanda di gas liquefatto statunitense.

Ma anche Ungheria e Paesi Baltici hanno delineato delle strategie di lungo termine per ridurre le importazioni di gas russo con l’obiettivo di raggiungere la sicurezza energetica, intesa nel senso di emancipazione da Mosca, ricorrendo non solo all’appoggio statunitense ma anche a quello di fornitori alternativi di origine europea, come la Romania.

Sullo sfondo di questi eventi è doveroso ricordare l’annullamento controverso dell’ambizioso gasdotto South Stream, che avrebbe potuto trasportare fino a 63 miliardi di metri cubi di gas l’anno, all’indomani dello scoppio della crisi ucraina, e che la strategia per la sicurezza energetica 2030 promulgata dalla Commissione europea nel 2014 prevede una drastica diminuzione della presenza russa nel mercato energetico comunitario in favore di rifornitori alternativi e maggiore produzione interna.

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