La globalizzazione economico-finanziaria degli ultimi decenni ha più volte aperto il dibattito sul futuro dei distretti industriali che a partire dagli Anni Cinquanta-Sessanta e, con maggiore impetuosità, negli Anni Settanta-Ottanta hanno plasmato il secondo tempo dell’industrializzazione post-bellica del sistema-Paese dopo l’inizio guidato dal ruolo dell’Iri e della galassia delle partecipate pubbliche (dall’Eni alla Finsider).

Per “distretti” si è in genere inteso definire aree territoriali locali caratterizzate da elevata concentrazione di piccole imprese, con particolare riferimento al rapporto tra la presenza delle imprese e la popolazione residente nonché alla specializzazione produttiva dell’insieme delle imprese, legate tra loro da un sistema reticolare fatto di profonda integrazione di competenze, filiera e conoscenze professionali e personali che contribuiscono a definire le regole del gioco, formali o meno, della concorrenza. I distretti sono stati in particolar modo la “locomotiva” che ha permesso l’industrializzazione di aree come il Veneto (che ha sviluppato poli come l’ottica bellunese, la meccanica vicentina, l’inox trevigiano, il calzaturiero della Riviera del Brenta) e le Marche (col distretto calzaturiero di Fermo, quello dei mobili di Pesaro, l’elettronica di Fabriano e il polo industriale trasversale di Civitanova), il rafforzamento di quella lombarda (si pensi al polo del mobile della Brianza) e la creazione di cluster di eccellenza nel resto d’Italia: il polo biomedicale di Mirandola e quello dei materiali industriali sorto attorno a Mapei nell’area di Sassuolo sono due esempi emiliani di successo, quello chimico-farmaceutico di Anagni in provincia di Frosinone è divenuto oggetto d’attenzione in tempi di pandemia, la Sicilia a inizio anni duemila ha vissuto la breve ma intensa stagione di corsa tecnologica della Etna Valley.

Dopo il Covid-19, che ha riportato la politica industriale a tenere banco nel discorso pubblico italiano ed internazionale, il ruolo dei distretti dovrà essere ben calibrato. E per il sistema-Paese è molto importante che siano valorizzate sia la natura di fondamentale presidio per la produzione e l’export rappresentato dalle industrie dei distretti sia la capacità di tutela delle imprese dei distretti dalle scalate straniere.

In un saggio del 2016 in cui evidenziava le linee di tendenza del sistema produttivo nazionale, Che fine ha fatto il capitalismo italiano?, lo storico dell’economia Giuseppe Berta sottolineava come le imprese dei distretti avessero giocato un ruolo-chiave nel difendere fondamentali quote di mercato per l’Italia ai tempi della Grande Recessione e della crisi dei debiti sovrani. Valorizzando con particolare attenzione il peso delle medie imprese che si pongono come centrali se non addirittura decisive nell’economia di molti distretti, che tra il 2008 e il 2014 conobbero mediamente una crescita di fatturato del 10% contro il 4,1% delle medie imprese non legate a contesti distrettuali.

Quanto sottolineato da Berta riguardo la ripresa dopo la Grande Recessione si può traslare sul contesto della sfida del Covid-19. In vista del cui superamento le migliori energie produttive dovranno essere integrate e messe a sistema contribuendo, al contempo, alla difesa dell’occupazione, del know-how e del valore aggiunto dei distretti e sanandone le vulnerabilità.

Esse sono legate in particolar modo alla sottocapitalizzazione e alla dimensione ridotte di molte imprese che tutelano passaggi fondamentali delle filiere. Molto spesso destinate a entrare nel mirino di capitali erratici provenienti dall’estero. Nel decennio 2010-2019, il controvalore delle acquisizioni di industrie italiane dall’estero (40 miliardi), è stato infatti di gran lunga superiore alla somma delle acquisizioni di italiani all’estero (16,6 miliardi) e di italiani fra italiani (10,4 miliardi). E questo può risultare, in prospettiva, un problema se in futuro tale criticità non sarà sanata.

Il futuro dei distretti va vigilato dunque in primo luogo sul profilo patrimoniale e del capitale. Sarà in questo contesto vitale la riattivazione del circuito del credito tra imprese dei distretti e banche del territorio, specie qualora il Recovery Fund mobilitasse energie produttive su tutto il territorio nazionale in un periodo di tempo breve rispetto a quelli ordinari della programmazione economica italiana. E risulterà fondamentale l’attivazione di strumenti in grado di permettere alle imprese dei distretti di competere tra di loro avendo ben presente la necessità di una rete comune di interessi e della necessità di promuovere i propri territori a livello sistemico. Dunque la promozione dei brand distrettuali, come fatto con il polo del freddo di Casale Monferrato nell’ultimo anno, appare come un’ulteriore garanzia di un pieno ritorno all’operatività dei distretti.

Un terzo punto fondamentale è lo stimolo all’innovazione e all’applicazione di nuove e proficue tecniche nei sistemi produttivi. Come nota Mondo Pmi, infatti, il consolidarsi di rapporti di collaborazione interne e di regole condivise in un distretto può far sì che “il distretto può risultare troppo orientato al proprio interno e poco capace di adattarsi ai cambiamenti del mercato, in un contesto in continua evoluzione in cui la domanda muta sempre più velocemente” e le tecnologie sono spesso soggette a rapida obsolescenza. In questo contesto bisogna pensare alla digitalizzazione di una quota di processi che possono essere messi a fattor comune. L’implementazione di piattaforme digitali nelle realtà di distretto industriale può fungere anche da potente motore per la digitalizzazione delle reti di filiera, per un coordinamento logistico, una condivisione dei costi e dei rischi tra le imprese integrate. L’esperienza della Motor Valley emiliana insegna che per le imprese di piccole e medie dimensioni mettere a fattor comune piattaforme digitali di filiera e di industry consente di applicarsi al meglio sullo sviluppo della propria originalità e della personale specificità, potendo però fare affidamento su un’infrastruttura di prim’ordine per governare l’innovazione e garantire uno sviluppo coerente alle proprie fonti di vantaggio competitivo. La creazione di incubatori di start-up, di competence center in cui imprese e innovazione si possono incontrare, di un dialogo diretto tra enti locali, impresa e accademia può in tal senso fungere da acceleratore per i distretti.

Combinare la creazione di ecosistemi in grado di fare economia di scala sulle tecnologie abilitanti con la tutela dell’originalità di ogni singola azienda integrata in un distretto è un punto di partenza fondamentale che va messo al servizio dello sviluppo dimensionale della filiera e dei suoi campioni. I distretti lavorano al meglio laddove a capo vi sia una multinazionale “leggera” in grado di esserne capofila o vi siano aziende prime contractor che accelerano con i loro investimenti lo sviluppo delle realtà territoriali, come avviene nel caso del legame tra colossi quali Leonardo e Avio e i vari cluster aerospaziali nazionali, nel contesto del distretto ferroviario toscano connesso a Fs o del polo dell’oil and gas ravennate ricco di realtà dell’indotto di aziende come Eni, Snam, Saipem. “Piccolo è bello” è una realtà vera solo finché le Pmi si inseriscono in un contesto più ampio. Per il sistema-Paese l’integrazione di filiera guidata da capofila in grado di valorizzare le economie di scala e trasmettere a cascata innovazioni, investimenti e pratiche di business e sicurezza è una garanzia contro i raid stranieri, la distruzione di valore aggiunto, la dispersione produttiva. L’Italia dei distretti potrà avere un futuro fondamentale nella rinascita del Paese se si saprà adattare alle sfide del mondo post-pandemico. Le energie non mancano: a fare la differenza sarà la capacità politica di assecondare cambiamenti del genere.