L’Europa ai margini della storia vive nella continua illusione di conoscere una “giornata storica” dopo l’altra: e nelle prime ore successive all’accordo sul Recovery Fund al Consiglio europeo molti leader hanno utilizzato l’aggettivo “storico” in riferimento a un’intesa presentata come rivoluzionaria. Certo, si apre la strada a una quota di debito mutualizzato attraverso i trasferimenti a fondo perduto che saranno operativi dalla primavera 2021 ma non si modificano i rapporti di forza interni al Vecchio Continente nè si riesce a rompere definitivamente la gabbia del rigoreAngela Merkel viene nuovamente rilanciata come leader centrale nel Vecchio Continente, ma a trionfare è il premier olandese Mark Rutte che, nonostante non ottenga un potere di veto esplicito, porta a casa come risultato fondamentale il mantenimento dei rimborsi per i Paesi “austeri” (ma sarebbe meglio dire avari e avidi) e, soprattutto, un potere di condizionamento sull’erogazione dei fondi.

Il nuovo fronte è quello dell’attivazione del cosiddetto freno d’emergenza. In sostanza si tratterà di una disciplina ibrida che dividerà tra Paesi e Commissione i poteri per lo sblocco dei fondi garantiti dal bilancio comune a un Paese richiedente. L’accordo trovato sulla base della proposta di Ursula von der Leyen e Charles Michel discussa dai leader al Consiglio Europeo prevede che sia sempre la Commissione a attivare lo sblocco deei fondi del Recovery fund, previa una richiesta di parere da parte del Comitato economico e finanziario del Consiglio Ue e una valutazione del rispetto dello Stato in questione del programma di riforme concordato con l’Unione. In questo processo, un Paese terzo, in casi ritenuti al limite o problematici, potrà chiedere di approfondire in sede di vertice Ue se sussiste conformità tra gli intenti di uno Stato e le sue azioni reali, frenando di fatto qualsiasi sblocco dei fondi per diverso tempo. Come si legge nel comunicato del Consiglio Europeo “questo processo, di norma, non richiederà più di tre mesi dal momento in cui la Commissione ha chiesto il proprio parere al Comitato economico e finanziario”.

Questo, unito all’ampia eterogeneità dei fondi tra sussidi a fondo perduto e prestiti e ai tempi lunghi richiesti dalla mobilitazione dei fondi, potrà contribuire a minare il sentiero degli Stati europei verso un Recovery Fund funzionante. E il tema del freno d’emergenza, inutilmente contrastato da Giuseppe Conte, segna sicuramente un punto a favore dell’Olanda nel braccio di ferro con l’Italia. Roma risulta già di per sè una sorvegliata speciale dato che, come ricorda La Stampa, le condizionalità richieste in materia di gestione della pubblica amministrazione impongono obblighi di conformità ai dettami comunitari in temi come gli adeguamenti previsti delle retribuzioni, dell’avanzamento di carriera, dei costi relativi alle pensioni. “Sembra scritto apposta per l’Italia, dove l’introduzione di cosiddetta Quota 100 ha permesso di mandare a riposo migliaia e migliaia di dipendenti pubblici a 62 anni”, commenta il quotidiano torinese: e non deve sembrare allarmistico il richiamo ai recenti affondi di Rutte sul sistema pensionistico italiano, che potrebbe diventare uno dei campi di battaglia su cui l’Olanda potrebbe attivare il freno di emergenza contro Roma in futuro. Assieme al piccolo e agguerrito esercito di alleati (Austria, Danimarca, Finlandia, Svezia) incoronati dal summit come “censori” europei.

In questo contesto sarà decisiva la scrittura formale degli ampi e complessi regolamenti che normeranno i principi espressi nel dossier di sessantasette pagine che ha riassunto quattro giorni di duro scontro al Consiglio europeo. Come ha fatto notare il giurista Alessandro Mangia, ora come ora il Recovery Fund è una scatola da riempire: “I soldi non ci sono, non si sa come saranno raccolti o distribuiti, la normativa, meccanismi di controllo compresi, è ancora tutta da definire”, spiega a Il Sussidiario. Sui meccanismi di check and balance i falchi cercheranno di rafforzare la reattività del freno di emergenza nel bloccare eventuali erogazioni di fondi ritenute sgradite. Il freno è la nuova arma in mano ai custodi del rigore sui conti: e se sapranno ben gestire anche la nuova partita europea potranno avere un nuovo potere di condizionamento sull’erogazione dei contributi.

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