“Il Recovery Fund contiene una trappola”, secondo un autorevole esponente del mondo economico italiano certamente non sospettabile di essere un’ultrà euroscettico. Gustavo Piga, economista e docente all’Università di Tor Vergata, ha parlato in un’intervista a La Verità degli sviluppi dei piani di aiuto europei e segnalato la loro potenziale scivolosità.

Piga, che recentemente ha dato alle stampe il saggio L’interregno. Una terza via per l’Italia e l’Europa (Hoepli), si è detto estremamente scettico dell’ipotesi che il governo Conte possa davvero impostare una manovra espansiva contando come sostitutore del deficit i fondi di Next Generation Eu che, tra le altre cose, non arriveranno prima della seconda metà del 2021. La prima critica di Piga, data dalla lettura della Nota di aggiornamento al Defè legata al fatto che nelle previsioni dei giallorossi i fondi i non andranno a finanziare nuovi progetti ma a ridurre il finanziamento in deficit da parte del Tesoro di spese già messe in conto e, come l’economista ha ricordato su Il Sole 24 Ore, l’esecutivo M5S-Pd ha proseguito nella tendenziale pratica di mantenere stagnanti gli investimenti pubblici, che ai tempi del governo gialloverde Giovanni Tria e Paolo Savona indicavano come vero volano della ripresa: ” l’aumento di investimenti pubblici dal 2020 è di 3 miliardi per il 2021, altri 3 in più per il 2022 ed un calo di 1 miliardo nel 2023. Bazzecole, se pensiamo alla crisi in cui ci dibattiamo”.

In questo contesto, l’avvertimento di Piga sulla “trappola” del Recovery Fund è pienamente giustificato, perchè, ricorda lo studioso, senza nuovi progetti l’opportunità di rilanciare il Paese sfuma e, anzi, ci si espone al nodo delle condizionalità. E Piga spiega chiaramente nell’intervista: “L’Europa ci presta i soldi ma in cambio dobbiamo abbattere il deficit per arrivare al pareggio di bilancio primario nel 2023. Questo significa che nel prossimo triennio”, quando ancora l’Europa intera sconterà la fase recessiva della pandemia, “il governo si è impegnato a fare manovre di maggiori tasse o tagli alle spese da 16-17 miliardi annui” nel caso in cui accettasse tutti i denari di Next Generation Eu. Chiaro che rientrare nel deficit ordinario dopo manovre espansive coraggiose volte a rispondere a una crisi sistemica è un conto, farlo dopo aver inserito nelle leggi di bilancio finanziamenti europei al solo fine di sbandierare vittorie politiche nell’Unione è un altro. Il recente esempio della manovra iper-espansiva della Spagna, che ha puntato tutto sul finanziamento proprio e ha detto che rinuncerà alla parte di prestiti di NextGen, è emblematico.

Nella Nadef, ricorda Piga, sembra trasparire l’ansia giallorossa di costruire una risposta contabilmente impeccabile agli occhi europei piuttosto che la volontà di rilanciare effettivamente il Paese. La Nadef mette nero su bianco che prima di due anni il livello della produzione non riassorbirà il -9% del 2020 e, al contempo l’esecutvo prevede un taglio del deficit strutturale di 16-17 miliardi di euro l’anno. Che, assieme al recuperto dell’economia, dovrebbe garantire un riassorbimento da 120 miliardi di euro a zero dell’intero disavanzo. Previsioni spericolate durante la crisi imposta dalla pandemia più grave dell’ultimo secolo.

E, riassumendo gli errori fatti finora, questo accade dopo non aver impostato una coraggiosa strategia di emissioni Btp e dopo non aver sviluppato alcuna idea reale su come utilizzare i miliardi nostri od europei. Come ha ricordato Renato Brunetta in un editoriale, altri Paesi hanno, giustamente, sfruttato con decisione un’altra finestra di opportunità apertasi nel 2020: la sospensione del patto di Stabilità europeo e l’allentamento delle regole europee sugli aiuti di Stato, che la Germania ha colto al volo per poter metter nero su bianco la possibilità di un maxi-stimolo al suo settore industriale in crisi. Tutto questo mentre, tra bonus monopattini e millantate “potenze di fuoco” Conte e Gualtieri brancolavano nel buio. Piga, con puntualità, mostra tutte le contraddizioni della politica economica giallorossa. Che sul Recovery Fund rischia l’ennesimo flop, andando incontro al semplice desiderio di soddisfare l’autoreferenzialità di una maggioranza che ha venduto come una pioggia di soldi dall’Europa un programma che, comprensibilmente, mostra difficoltà tecniche e richiede condizionalità potenzialmente gravose.