Dal magnesio al cobalto, dal rame allo zinco passando per il ferro. Questi sono soltanto alcuni dei minerali, più o meno rari, che la Cina sta estraendo da molteplici miniere situate in Africa. Miniere talvolta controllate direttamente, in seguito all’acquisizione di grandi aziende cinesi, e talvolta indirettamente, mediante la compartecipazione di conglomerati cinesi e aziende statali africane. Se nel corso del ventesimo secolo l’estrazione mineraria africana era dominata dagli interessi europei e nordamericani, all’inizio del XXI secolo, complice la spaventosa crescita economica della Cina, il Dragone è riuscito a ritagliarsi un importante spazio nel cuore del Continente Nero. In pochissimo tempo gli investimenti diretti esteri cinesi (IDE) sono stati attratti dall’Africa come calamite dal ferro.

Per quale motivo Pechino ha deciso di puntare sull’Africa? Il gigante asiatico ha iniziato a stringere accordi commerciali con i Paesi africani in maniera consistente quando il Partito Comunista Cinese si è accorto che le risorse interne della Cina, da sole, non erano più sufficienti a sostenere il vertiginoso sviluppo interno. Come hanno scritto Magnus Ericsson, Olof Lof e Anton Lof nel paper Chinese control over African and global mining—past, present and future, l’acquisizione della miniera di cromite di Dilokong, in Sudafrica, da parte dell’azienda statale Sinosteel ha segnato l’inizio degli investimenti cinesi nell’estrazione mineraria africana.

Nonostante i ripetuti allarmi lanciati dagli Stati Uniti, le imprese cinesi sono ancora lontane dal prendere il controllo dell’estrazione mineraria africana e di quella globale. Per farsi un’idea, nel 2018 la Cina controllava meno del 7% del valore della produzione mineraria africana totale, mentre si attesta intorno al 3% del valore mondiale. È pur vero che gli investimenti di Pechino nell’estrazione mineraria africana di minerali non combustibili, nel periodo compreso tra il 1995 e il 2018, hanno da un lato contribuito alla crescita della produzione, ma dall’altro lato hanno anche aumentato il controllo cinese sulla produzione di minerali e metalli africani.

Le miniere cinesi in Africa

Secondo le statistiche cinesi, gli investimenti minerari di Pechino all’estero effettuati dal 2003 al 2017 hanno raggiunto la quota di circa 125 miliardi di dollari. Ciò nonostante, il numero di miniere operative all’estero controllate dal Dragone è rimasto basso fino al 2007. Nel 2005, erano attive 13 miniere operative sotto il controllo cinese, e solo tre nella fase avanzata di ingegneria e costruzione. Nel 2010, sono entrate in produzione altre 15 miniere, assieme a 24 progetti entrati in varie fasi di sviluppo. Nel 2013 sono state identificate circa 60 miniere a livello globale controllate da interessi cinesi. In generale, possiamo identificare tre aree geografiche toccate dall’espansione cinese: 1) l’area del Pacifico, che ha coinvolto Australia, Canada e, in anni più recenti, America Latina; 2) l’Africa meridionale e quella occidentale; 3) una parte d’Asia: Mongolia, Laos, Corea del Nord, Myanmar, Tagikistan e Vietnam.

Restando sull’Africa, nel 2010 i cinesi potevano vantare il controllo di miniere attive in quattro Paesi: Ghana, Sudafrica, Zambia e Zimbabwe. Nel 2013 è aumentata la produzione in alcune delle miniere già attive nel 2010 e sono state aperte nuove miniere di rame nella Repubblica Democratica del Congo e in Zambia. A proposito della Repubblica Democratica del Congo, le aziende cinesi hanno scelto di investire in loco non solo a causa degli enormi giacimenti di rame di alta qualità presenti, ma anche perché la concorrenza di altre società internazionali è stata ridotta per via dei rischi connessi alla situazione politica del Paese.

Altre note da tenere in considerazione: in Eritrea, dove non sono attive altre società minerarie, le società cinesi condividono il controllo con il governo eritreo (la percentuale si attesta intorno al 60/40); in Guinea, le compagnie cinesi controllano il 37% della produzione mineraria nazionale totale; in Gabon, il 25% della produzione di manganese è controllata dalla CITIC, e poiché attualmente non c’è quasi nessun’altra produzione mineraria, l’azienda cinese gioca un ruolo rilevante; in Congo, precisamente a Brazzaville, Mfouati, controllata dalla Cina, è l’unica miniera industriale in funzione. Alla luce di questi esempi, il piano di Pechino per estendere il proprio soft power in Africa appare abbastanza evidente: stringere accordi commerciali con i governi africani per poi consolidare la propria presenza mediante l’azione commerciale delle aziende statali (e non solo).

Le miniere su cui potrebbero puntare gli Stati Uniti

C’è un nome che a molti potrebbe dire poco o nulla. È quello di Gakara, una località a circa 20 km da Bujumbura, capitale del Burundi. Nel corso degli ultimi anni qui si sono concentrati i principali interessi internazionali sulle terre rare in Africa. Ha sede infatti la prima grande miniera del continente volta a portare alla luce questi materiali. A gestirla è la compagnia britannica Rainbow Rare Hearth. Il contratto tra il governo locale e la società è stato stipulato nel 2015 ed è valido per 25 anni. Si calcola che nelle viscere di questo spicchio di Africa si nascondano fino a quasi 400mila tonnellate di bastnaesite e monazite. I britannici possiedono il 90% del parco minerario, la restante parte è in mano al governo del Burundi. Sono stati soprattutto i dati tecnici relativi alla miniera ad attrarre anche le velleità degli Stati Uniti.

Nel 2019 il Dipartimento della Difesa Usa ha avviato ufficialmente le trattative con Bujumbura per impiantare nuove miniere. Si calcola infatti che anche i territori circostanti Gakara nascondano nel sottosuolo imponenti giacimenti di terre rare. I progetti sarebbero in fase di definizione. Considerando i buoni rapporti tra Stati Uniti e Burundi, per Washington strappare un contratto per lo sfruttamento delle future miniere della zona vorrebbe significare avviare sul serio una politica di maggiore autonomia nell’approvvigionamento di terre rare. Un progetto simile a quello di Gakara potrebbe partire in Malawi. Anche qui, sempre su input del Dipartimento della Difesa, sono in corso trattative con il governo locale. Specialmente dopo l’avvio di una fase di esplorazione di un nuovo grande giacimento individuato nella zona di Songwe Hill. I canadesi della Mkango Resources hanno già depositato uno studio di fattibilità nel 2019. E potrebbero favorire l’arrivo di investimenti statunitensi.

Dall’Australia al Giappone, gli alleati pronti ad aiutare Washington nelle miniere africane

Gli Usa, nella loro corsa all’autonomia e nel tentativo di ridimensionare le pretese cinesi in Africa, potrebbero fare affidamento ad alcuni loro storici alleati. A partire da Australia e Giappone, due Paesi in prima linea nei programmi di contenimento di Pechino. Canberra nel continente africano potrebbe sfruttare il know how sviluppato in patria. La Lynas Corporation è la principale compagnia di estrazione di terre rare del Paese, già impegnata nei giacimenti di Mount Weld. L’azienda viene indicata come la principale del settore al di fuori della Cina. In poche parole, chi vuole diversificare le proprie fonti di approvvigionamento deve rivolgersi alla Lynas. Non a caso nel 2020 Washington ha concluso un accordo con la società australiana per impiantare nuovi giacimenti negli Usa. Ma anche per sondare assieme nuove miniere in Africa.

La Lynas ha anche importanti rapporti con aziende giapponesi. Nel 2011, a seguito della parziale interruzione della fornitura di materiali da parte della Cina, Tokyo si è rivolta agli australiani. Si calcola che a distanza di 10 anni la Lynas fornisca il 30% del fabbisogno giapponese. E così anche tra i rispettivi governi è nata una collaborazione per possibili nuovi giacimenti in Africa. E lo sguardo, ancora una volta, è rivolto tra Burundi e Malawi. È da qui forse che passeranno le azioni volte a ristrutturare e rivoluzionare il mercato di terre rare globale.

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