Gli Stati Uniti hanno provato in tutti i modi ad arginare la Belt and Road Initiative (BRI), il mastodontico progetto infrastrutturale lanciato da Xi Jinping in persona nel 2013, con la chiara intenzione di collegare la Cina al continente eurasiatico e all’Africa attraverso la costruzione di hub logistici e infrastrutture chiave, come strade, porti e aeroporti.
I think tank di Washington hanno pubblicando report e paper – pieni di dati alquanto opinabili – per spaventare i governi interessati all’iniziativa di Pechino, lasciando intendere che chiunque avesse collaborato con il gigante asiatico avrebbe fatto i conti con ingenti debiti e fantomatiche violazioni della sicurezza nazionale. Il governo statunitense ha quindi fatto pressione sui propri partner affinché si tenessero ben distanti dalla Bri (vedi le nazioni europee, Italia compresa) e, in ultimo, ha cercato di attrarre i Paesi in via di sviluppo e situati nelle regioni più strategiche del pianeta proponendo “Vie della Seta a Stelle e Strisce”.
Il piano degli Usa per fermare la Cina ha funzionato? Soltanto in parte. O meglio: gli Stati Uniti hanno limitato l’azione operativa della prima versione della Bri, spostandola dall’Europa al cosiddetto Global South. Gli Usa sono poi riusciti a bloccare attori rilevanti come l’Italia – con Roma che aveva firmato un Memorandum con Pechino, poi lasciato cadere nel vuoto – ma hanno potuto fare ben poco di fronte alla Bri 2.0. Che ha attecchito – eccome se lo ha fatto – in America Latina, Africa e Sud-Est asiatico…

Il flop delle alternative alla Via della Seta
E le alternative statunitensi alla Bri? Alcune non sono mai decollate. Altre sono rimaste a metà del guado. Prendiamo l’astratta iniziativa Build Back Better World lanciata nel 2021 da Joe Biden al Summit del G-7 in Cornovaglia. Annunci alla mano, la cosiddetta B3W era nata per mobilitare il settore privato e investire decine di trilioni di dollari per soddisfare il finanziamento delle infrastrutture nei Paesi in via di sviluppo.
In che modo? Rispettando gli standard di lavoro, ambientali e di trasparenza, hanno più volte sottolineato i leader occidentali. “Batteremo la Bri offrendo una scelta di qualità superiore, e offriremo tale scelta con la sicurezza che il nostro modello riflette valori condivisi”, aggiungevano, entusiasti, i funzionari dell’amministrazione Biden.

Risultato: non sarebbero mai state stilate road map dettagliate e tutto sarebbe rimasto fermo ai principi generali del programma annunciati da Biden. In seguito a evidenti difficoltà implementative, la B3W è stata rinominata Partnership for Global Infrastructure and Investment, ancora oggi avvolta nella nebbia.
Possiamo poi citare la Free and Open Indo-Pacific Strategy (FOIP), la Strategia Indo-Pacifica libera e aperta capitanata da Giappone e Stati Uniti. Lanciata dal defunto premier nipponico Abe Shinzo nel 2016, questa iniziativa intende unire economicamente e politicamente due continenti, l’Asia e l’Africa, e altrettanti oceani, il Pacifico e l’Indiano, così da creare una piattaforma attraverso la quale portare ordine in una regione particolarmente turbolenta. Anche in questo caso, come per la B3W, troviamo tanta teoria e ben poca concretezza.
L’International Development Finance Corporation: l’ultima spiaggia di Washington
L’ultimo sussulto Usa, arrivato nel G20 del 2023, è coinciso con l’India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC), un corridoio da implementare tramite ferrovie e linee di navigazione. Oltre ai collegamenti commerciali, IMEC prevede infrastrutture elettriche e digitali, nonché condotte per l’esportazione di idrogeno pulito.

In Africa, un corridoio transafricano (il corridoio di Lobito) dovrebbe collegare l’Angola alla Repubblica Democratica del Congo (RDC) e allo Zambia, raggiungendo infine l’Oceano Indiano. Tuttavia, i dettagli riguardanti il finanziamento e la tempistica del piano devono ancora essere annunciati.
Alla fine, insomma, i vari progetti statunitensi sono confluiti, di fatto, nelle mosse dell’International Development Finance Corporation (DFC). Il coinvolgimento degli Usa in progetti infrastrutturali su larga scala in Africa, dove la Cina domina titoli e bilanci da decenni, è stato facilitato da questa nuova banca di sviluppo made in Usa. Ricordiamo che il Congresso Usa ha istituito il DFC nel 2018, e che nei suoi primi cinque anni di vita, la banca ha costruito un portafoglio di quasi 50 miliardi di dollari in 114 Paesi. Un passo in avanti rilevante, senza dubbio, anche se la Cina, un colosso ormai specializzato nello sviluppo di infrastrutture all’estero, su questo fronte resta ancora distante anni luce dagli Stati Uniti.
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