La Turchia e la sua economia sono sull’ottovolante. Dopo tre anni di altalena valutaria, negli ultimi mesi la crisi della lira turca si è avvitata su sé stessa mettendo a repentaglio prospettive di riprese della produzione, dell’export e dei consumi interni su cui il presidente Recep Tayyip Erdogan conta con forza in vista delle elezioni presidenziali del 2023. Quelle che – a suo avviso – dovrebbero incoronarlo definitivamente al posto di Kemal Ataturk, nel centenario della Repubblica, come uomo-simbolo della storia post-ottomana del Paese. E in vista delle quali il Sultano rischia di arrivare con un’economia messa in difficoltà dalle sue ricette a dir poco spericolate.

Lira a picco

Il crollo della lira turca nella giornata del 23 novembre, quando è giunta a perdere contro dollaro anche il 15%, ha segnato il punto apicale di un deprezzamento in atto da tempo e che nel corso dell’anno ha visto la divisa turca perdere complessivamente il 45% del valore nei confronti del biglietto verde.

Il mondo intero è interessato da un vero e proprio Far West di politiche monetarie e fiscali non ortodosse che in larga parte hanno superato la misura ordinaria legata alla lotta alla pandemia, ai suoi effetti recessivi e a un’instabilità del sistema internazionale da diversi anni in via di preparazione. Ma in Turchia la non ortodossia economica è sfociata nel suo opposto, il demagogico populismo finanziario applicato tanto alla gestione dei fondi dello Stato quanto al governo della banca centrale. Lontano dagli obiettivi di un Pil di 2 trilioni di dollari e un Pil pro-capite di 25.000 dollari indicati nel 2011 come la base per fare della Turchia la decima economia della Terra entro il 2023 e di fronte a una situazione segnata dal crollo del secondo a 8.500 dollari a persona nell’anno della pandemia Erdogan ha provato a seguire la strada del consolidamento della spesa pubblica clientelare e del controllo artificioso dei tassi d’interesse.

Tutto in famiglia: il disastro Erdoganomics

L’Erdoganomics ha provato a mantenere sotto lo stesso controllo politica fiscale e monetaria insistendo nel mantenimento forzato dei tassi d’interesse del denaro al di sotto dell’inflazione anche in un contesto che vedeva quest’ultima galoppare a pieno ritmo in Turchia. “Il leader turco”, ha notato Il Foglio, “è da tempo convinto che l’inflazione sia causata da elevati tassi di interesse che aumentano il costo del prestito e della produzione”. Per questo “ha messo sotto controllo diretto la Banca centrale turca e ha perseguito in modo aggressivo riduzioni del tasso di riferimento”, accorpando in un familismo clientelare le massime autorità economiche della nazione. Nureddin Nebati, uno degli erdoganiani più ortodossi nel partito conservatore e islamista Akp, è stato di recente scelto come Ministro delle Finanze al posto del cauto Lufti Elvan. Assistente del genero di Erdogan, Berat Albayrak, genero del Sultano, dimessosi dalle Finanze l’11 novembre 2020 di fronte alla batosta economica della pandemia.

Stesso discorso per quanto riguarda la gestione della Banca centrale ove, come ha ricordato Mario Seminerio su Domani,  a lungo assieme alla sua cerchia negli scorsi anni “Erdogan aveva tollerato un movimento pendolare, in cui a tagli dei tassi seguivano aumenti per difendere il cambio. La nomina a governatore di Sahap Kavcioglu”, fedelissimo dell’Akp, “e le epurazioni del direttorio della banca centrale hanno spezzato questa circolarità, producendo una sequenza di ben 4 punti percentuali di taglio dei tassi ufficiali, proprio mentre le pressioni inflazionistiche si intensificavano” fino a superare il 20% annuo secondo i dati ufficiali, ritoccati fino a un asfissiante 58,65% secondo un think tank indipendente, l’Inflation Research Group. Mettendo a repentaglio una ripresa che, complice il fisiologico rimbalzo, era apparsa nei primi mesi robusta: l’industria e l’economia turca hanno segnato una crescita del +21% nel secondo trimestre del 2021 e sono date in crescita complessiva dell’8,5% su base annua.

Le motivazioni di una crisi

Alcune teorie ritengono Erdogan ostile agli elevati tassi d’interesse per motivi religiosi, essendo il prestito a usura ritenuto impuro (haram) dall’Islam, ma questa lettura non regge alla prova dei fatti: da tempo un consolidato apparato di finanza islamica prova, in maniera sotto certi punti di vista coincidente con il magistero economico cattolico che fa riferimento all’economia civile, alla lezione di Benedetto XVI e Giovanni Paolo II e alla critica degli eccessi del finanzcapitalismo, a mantenere utilità sociale dell’investimento, bassi tassi d’interesse e sottostanti concreti assieme ipotizzando titoli sharia-compliant. Nulla di questo si è visto nell’azione economica di Erdogan e dei suoi che hanno inseguito, piuttosto, la pura e semplice demagogia finanziaria accusando presunti circoli stranieri di rappresentare gli emissari di un partito dell’inflazione paragonato alle potenze desiderose di spartirsi l’Anatolia contro cui Ataturk ha combattuto dal 1919 al 1923.

Il richiamo va immediatamente allo shock del 2018, quando gli Stati Uniti di Donald Trump imposero una vera e propria guerra valutaria a Erdogan dopo il caso dell’arresto in Turchia del pastore evangelico Andrew Brunson, goccia che ha fatto traboccare il vaso nei rapporti tra Washington e la sempre meno controllabile Ankara aperta a relazioni attive con Cina e Russia. Ai tempi, come oggi, Erdogan ha esaltato con toni apocalittici la resistenza della Turchia contro la “guerra economica” e invitato a una vera e propria donazione di “oro alla patria”. “Se avete euro, dollari e oro sotto il cuscino, andate in banca e cambiateli in lire turche. Questa è una lotta nazionale”, disse allora Erdogan in un comizio, invocando poi l’identità islamica come fattore di coesione: “Loro hanno i dollari, noi abbiamo la nostra gente e il nostro Dio”.

Gli errori del Sultano

Questa volta però la situazione è ben diversa, così come è ben diversa dallo shock di svalutazione della lira seguito all’apertura della crisi pandemica: sono stati gli errori politici del governo a trascinare a terra la lira. Si può supporre che da un lato la svalutazione della divisa turca sia stata incentivata per dopare la ripresa economica in atto con una spinta all’export manifatturiero e alla convenienza del turismo legata alla convenienza di prezzo che, in effetti, ha dato una spinta al Pil nei trimestri centrali dell’anno. Ma al contempo Erdogan e il suo governo hanno puntato a nascondere la luna dietro al dito alla massa della popolazione, garantendo facile accesso al credito con tassi d’interesse bassi, un aumento corposo della spesa pubblica andata in sussidi e attività improduttive e un controllo forzoso di un flusso continuo di denaro immesso nel mercato per cercare di anestetizzare gli effetti del carovita nell’illusione che negare l’inflazione aiutasse a contenerla.

Nulla di più sbagliato: anche il Financial Times ha sottolineato l’assurdità della mossa di Erdogan e del tentativo di accusare un’inesistente lobby straniera di cospirare contro Ankara. Il quotidiano della City di Londra definisce la crisi “un danno autoinferto” da Erdogan al suo Paese e ricorda che potrebbe rappresentare l’inizio di un percorso in grado di metterne a repentaglio la permanenza al potere nel 2023. In questa fase, inoltre, è in corso la programmazione di una relativa riduzione delle politiche di stimolo monetario che la Fed e altre grandi banche centrali opereranno nel 2022. Le maggiori valute del pianeta (dollaro, euro, yen, sterlina) si rafforzeranno dopo la fase di briglie sciolte del recente biennio e questo causerà un effetto-cascata sulle valute dei Paesi con economia in via di sviluppo. Assieme alla Turchia, Paesi come Argentina, Nigeria, Iran e Brasile saranno da tenere d’occhio come possibili centri d’instabilità monetaria.

Le conseguenze della crisi

Per Ankara la commistione tra una fase di instabilità sistemica e le nuove dinamiche globali può creare una spirale pericolosa. Inflazione elevata e svalutazione monetaria possono alimentarsi reciprocamente e, se la crescita economica si bloccherà, uno scenario venezuelano con entrambe le dinamiche fuori controllo non è da escludere; la debolezza monetaria può depotenziare l’attività della finanza, dell’industria e delle banche turche attive in progetti di sviluppo all’estero, dal Medio Oriente all’Africa, nonchè rendere più difficoltosi gli approvvigionamenti interni al sistema-Paese in una fase di crisi globale delle materie prime; la lira turca può diventare carta straccia nei consessi internazionali e già adesso nell’economia bancaria interna c’è una doppia circolazione montaria di fatto, dato che il 60% dei depositi è oggi denominato in valute straniere, un record che non si registrava dal 2001; la perdita di credibilità della Banca centrale espone Ankara al rischio di attacchi speculativi; infine, il combinato disposto di questi processi può devastare la condizione economica dei ceti medi e poveri della Turchia profonda e delle aree meno sviluppate del Paese, roccaforti del consenso di Erdogan che già ora pagano il prezzo della crisi più del resto del Paese.

L’opposizione kemalista, nel frattempo, si organizza per sfruttare la crisi. Essa ha già il controllo di Istanbul e Ankara, strappate all’Akp in elezioni fondamentali per testare lo stato di salute del Paese, e se nell’anno emezzo che separa la Turchia dal voto Erdogan non tornerà a più miti consigli proprio sul malessere economico potrà puntare per riuscire nell’obiettivo che ha fallito per vent’anni: disarcionare il Sultano e il suo apparato di potere che oggi, in maniera autoreferenziale, non si accorgono di stare portando la Turchia allo schianto.

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