Klaus Regling, direttore generale del Meccanismo europeo di stabilità, è stato a lungo un’eminenza grigia nei palazzi del potere comunitario. Burocrate silente, l’economista tedesco 69enne che guida il fondo salva-Stati è, per molti punti di vista, detentore di un potere più solido di quello delle istituzioni politiche comunitarie e, come scrive l’Agi, “per quasi trent’anni, questo funzionario affabile e riservato ha vissuto di ogni fase di sviluppo del progetto dell’euro, nel ruolo di protagonista e di garante degli interessi tedeschi”.

Il board del Mes (Alberto Bellotto)
Il board del Mes (Alberto Bellotto)

Regling parla poco ma in maniera sempre significativa: e nella giornata di ieri ha deciso di esprimersi pubblicamente con un editoriale apparso sul quotidiano Frankfuter Allgemeine Zeitung volto a perorare la causa del Mes come più efficace strumento anti recessione nella fase di massima acutezza della crisi del coronavirus. Regling, in sostanza, prende posizione per l’utilizzo della potenza di fuoco del Mes assieme alle nuove manovre della Banca europea degli investimenti (Bei) e della Commissione (indennità antidisoccupazione Sure), sostenendo che “ci sono suggerimenti per creare nuove istituzioni o nuovi strumenti, ma ci vuole tempo che al momento non abbiamo” e che “le linee di credito preventive del Mes, mai utilizzate in passato, sembrano attualmente lo strumento più appropriato”.

Uno dei massimi burocrati d’Europa si esprime dunque con una forte incisività politica e, di fatto, in direzione decisamente opposta alle speranze dei governi di Italia, Francia e Spagna, che hanno chiesto alla Commissione e all’Eurogruppo l’elaborazione di strumenti nuovi, tra cui i famosi Eurobond, e un superamento del vincolo tra il ricorso al Mes e le prevedibili misure di austerità che ad esso dovrebbero seguire.

Regling, anseatico di Lubecca, città ponte tra i super-falchi del rigore Germania e Olanda, parla il linguaggio dei falchi ma ha l’accortezza di non infarcirlo della pedante retorica moralista che a lungo abbiamo sentito da parte degli alti esponenti politici ed economici del Nord Europa. I suoi sono toni da burocrate, apparentemente neutri: ricorda che con 410 miliardi di euro per i prestiti agli Stati membri dell’Ue il Mes potrebbe garantire linee di credito a tassi di interesse bassi e dispone di “strumenti finanziari diversi per situazioni diverse”. Più del detto conta il non detto: e cioè che al ricorso al Mes sono legate le famose condizionalità che frenano i Paesi del Sud Europa dal consegnarsi a un incerto futuro di riforme strutturali e austerità che, peraltro, non verrebbero nemmeno governate dalla Commissione ma da quella che di fatto è un’istituzione terza.

Nelle parole di Regling non c’è, dunque, alcuna presa di posizione sul reale dibattito attorno al Mes, e cioè l’incertezza se il ricorso ai suoi fondi dovrebbe essere un semplice ritorno in ogni Paese della quota data in dotazione (visione italiana) oppure subordinato a condizionalità leggere (Germania) o ferree (Olanda) e limitato a singoli Paesi che ne facciano richiesta. In questa tripartizione e nella differenza tra i vari approcci si gioca il futuro dell’Europa del rigore e dell’austerità. Regling parla da direttore del Mes ma certamente nell’editoriale della Faz parla, prima di tutto, da tedesco: il tentativo di tirare la volata a un compromesso favorevole ad Angela Merkel e, soprattutto, di distogliere il discorso dalla discussione sugli Eurobond è palese. Regling, il più influente tra i “santi in Paradiso” di Berlino, scende in campo e mantiene la palla nella metà campo dei rigoristi: ora per i Paesi mediterranei opporsi all’utilizzo del Mes sarà molto più difficile.

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