Vietato fallire: in Germania nel governo di Angela Merkel aumentano le pressioni perché la Cancelliera approvi il via libera al prolungamento del blocco alle procedure di insolvenza per le aziende travolte dalla crisi economica legata alla pandemia di coronavirus. La misura è in scadenza per il prossimo 30 settembre, ma il ministro socialdemocratico della Giustizia, Christine Lambrecht, vuole prorogarla di altri sei mesi. Per permettere al suo partito di guadagnare consensi di fronte a una Cdu col vento in poppa, si sussurra. Per i timori crescenti legati alla recessione, si mormora a gran voce.

Il crollo dell’economia tedesca  ha ben pochi precedenti nel secondo dopoguerra: nel trimestre compreso tra aprile e giugno l’economia di Berlino ha perso il 10,1% del suo valore su base congiunturale, il peggior dato in mezzo secolo di rilevazioni, mentre in rapporto al secondo trimestre del 2019 il crollo ha toccato l’11,7%. La Merkel e il suo governo non hanno lesinato aiuti alle imprese e ai lavoratori, ma di fronte al rischio di un’estensione del contagio economico Berlino è pronta a prendere in carico misure drastiche. Che avrebbero il clamoroso culmine in allungamento del blocco ai fallimenti.

In tutta Europa, eccezion fatta per Olanda, Svezia e Norvegia, la pandemia ha portato i governi a prendersi carico della situazione di difficoltà delle imprese, causando di conseguenza un crollo delle procedure fallimentari. Il rischio per la Germania è che prorogando misure di questo tipo si crei un’ampia platea di imprese-zombie. Ovvero società che restano in vita solo perchè attaccate al “respiratore” degli aiuti pubblici. Il problema di questo proliferare di società spiazzate sui mercati e nell’economia reale ma vive grazie all’assistenza e a vere e proprie acrobazie finanziarie si era già manifestato a fine 2018, quando il crollo delle borse seguito alla restrizione monetaria delle banche centrali aveva rivelato la dipendenza di molti grandi gruppi, tra cui spiccava l’americana General Electric, dal denaro facile garantito dal quantitative easing e dal suo impiego per finanziare operazioni di guadagno borsistico.

Il timore di molti economisti, scrive il Financial Times, è che questo problema “sia stato esacerbato dalla risposta politica al coronavirus”, che ha visto gli esecutivi spendere miliardi in “misure di cassa integrazione, prestiti agevolati alle imprese e bailout per le società prossime alla bancarotta”, come quelle del comparto aereo e dei trasporti. Misure legittimissime e sensate sul medio periodo, ma che in prospettiva rischiano di vincolare la dipendenza delle imprese dal polmone dell’assistenzialismo pubblico. Con buona pace di Mario Draghi, questo è il vero “debito cattivo” dell’economia europea. E la Germania, Paese nella cui lingua, i liberisti nostrani amano ripeterlo, “debito” e “colpa” hanno la stessa radice, ignora questa problematica nascondendo la testa sotto la sabbia. Sperando che dilazionare il problema della debolezza strutturale di molte imprese, specie dei gruppi legati all’indotto della manifattura colpita dal crollo dell’export, basti ipso facto a risolverlo. Una scommessa spericolata.

La società di assicurazione di crediti commerciali Euler Hermes non a caso prevede per il 2021 un incremento vertiginoso delle insolvenze a livello globale, definendo la questione una “bomba ad orologeria” e segnalando che stiamo vivendo la fase di quiete prima della vera tempesta. Il nodo cruciale sta nel settore finanziario: è nelle borse che le imprese zombie hanno da tempo iniziato a esistere, e la pandemia non ha fatto altro che moltiplicarne il numero. Per il post pandemia la Germania dovrà fare i conti con questa tematica: un’ondata di fallimenti di imprese zombie dopo la fine del Covid-19 può mettere in ginocchio l’economia di tutta Europa. Meglio prevenire tornando a investire, rilanciando produzione e lavoro: con la semplice fornitrua della “respirazione assistita” si spinge in avanti la risoluzione di questioni urgenti, rendendo più grave il tonfo in caso di caduta.

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