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Difesa

Il dilemma dei falchi europei per la Difesa comune: i bond “demoliscono” l’austerità?

La partita per la Difesa comune europea può essere un antidoto al ritorno dell’austerità germanocentrica e nordica nell’Unione Europea? Guardando alle discussioni embrionali avviate nell’ultimo Consiglio Europeo si nota una strana ambivalenza. I Paesi che maggiormente perorano l’idea del riarmo...
Bruxelles, conferenza stampa al termine del Consiglio UE in video conferenza (La Presse)

La partita per la Difesa comune europea può essere un antidoto al ritorno dell’austerità germanocentrica e nordica nell’Unione Europea? Guardando alle discussioni embrionali avviate nell’ultimo Consiglio Europeo si nota una strana ambivalenza. I Paesi che maggiormente perorano l’idea del riarmo dell’Europa contro la minaccia russa sono gli stessi che maggiormente tentennano sul tema del rilancio dell’emissione di debito comune, veri e propri “Eurobond di guerra”, per rafforzare la gamba comunitaria della Difesa occidentale.



All’ultimo Consiglio Europeo dei Paesi nordici, spesso al tempo stesso in prima fila sia nel ruolo di falchi pro-Nato che di falchi rigoristi, solo l’agguerrita Estonia ha sposato la proposta del presidente francese Emmanuel Macron, sostenuto in questo dal Ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, di emettere Eurobond per finanziare la Difesa comune europea. La premier Kaja Kallas, ricorda EuNews, ha chiesto un’emissione da almeno 100 miliardi di euro di obbligazioni sovrane. A mettersi di traverso il sostanziale silenzio dei Paesi frugali. Togliendo dal computo l’Austria, Paese neutrale per costituzione e che non ha intenzione di schierarsi apertamente contro la Russia o di investire nel riarmo, la cui “austerità” su questo fronte è comprensibile, stupisce che Paesi come Danimarca, Finlandia, Svezia, Olanda e Polonia non abbiano preso posizione.

Difesa e Europa non possono convivere nella stessa frase? I Paesi in questione, solerti nel sostenere l’Alleanza Atlantica e il suo principio di sicurezza collettiva, tanto da aderirvi dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel caso di Finlandia e Svezia, dovrebbero sulla carta aprire a una svolta epocale dell’Europa. Ma più della tutela dell’interesse strategico dell’Europa vale forse il timore di aprire le gabbie al principio del debito comune già strappato a fatica da Macron, assieme a Giuseppe Conte, Kyriakos Mitsotakis e Pedro Sanchez, ai tempi del Covid-19. E ora che la Recovery and Resilience Facility su cui si finanziano i piani come l’italiano Pnrr si avvicina alla sua conclusione (dicembre 2026) le “colombe” d’Europa, sperando nel combinato disposto delle nuove esigenze con una fase più lasca sul fronte dei tassi, hanno messo sul tavolo la partita dei nuovi Eurobond.

Sulla proposta si è anche registrata l’ennesima spaccatura tra Charles Michel e Ursula von der Leyen. Il presidente del Consiglio europeo li ha definiti come utili: “potrebbero essere un potente mezzo per rafforzare la nostra innovazione tecnologica e la nostra base industriale”. La presidente della Commissione ha invece frenato sull’inserimento di “strumenti innovativi” nelle conclusioni del Consiglio Europeo. Come al solito, sarà decisiva la posizione della Germania, che si trova tentennante. Da un lato, Berlino con l’incipiente crisi di bilancio avrebbe bisogno di sollievo sul fronte del sostegno al riarmo. Dall’altro, la coalizione “semaforo” di Olaf Scholz ha avuto negli ultimi mesi un trinceramento austeritario guidato dal falco delle Finanze Christian Lindner. Il quale sa bene che ogni nuova finestra di opportunità sul debito comune sarebbe un danno alla sua strategia.

Il principio del bond “di guerra” europeo, che potrebbe essere emesso tramite un veicolo comunitario come la Banca europea degli investimenti o il Meccanismo europeo di stabilità, il cui futuro più strategico sarebbe la riconversione ad agenzia europea del debito come proposto da tempo da Italia e Francia, sarebbe quella di un safe asset. Ovvero un’obbligazione sovrana europea a basso rischio, alto rating e lunga durata capace di far convergere i rendimenti e gli spread sulle obbligazioni sovrane del Vecchio Continente. Il riarmo sarebbe il pretesto. Vladimir Putin, le cui possibili intenzioni di attacco all’Europa sono state smentite dai servizi segreti Usa, la giustificazione per arrivare laddove l’Europa non si è mai spinta: istituzionalizzare l’indebitamento comune come volano di garanzia e convergenza in un continente frammentato.

La resistenza dei falchi fiscali e atlantisti sembra mostrare una sostanziale malafede politica sugli obiettivi: se si vuole un’Europa più sicura non si può accettare un’Europa austera. A meno che non si intenda la sicurezza per continuità della garanzia americana, e britannica, sul Vecchio Continente. A favore di un divide et impera che dall’inizio della guerra in Ucraina si è amplificato. La Difesa comune europea potrebbe dare la sponda a una serie di programmi di investimento finanziati a debito: dalla transizione energetica, che su InsideOver abbiamo ricordato essere legata industrialmente nella filosofia di fondo agli stessi dettami della programmazione che riguardano il settore della Difesa, alle infrastrutture di interesse comunitario il principio del debito comune è scalabile. E forse fa paura per questo ai falchi. Ancor più del pretesto per eccellenza: Vladimir Putin.

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