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“La gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio”. La massima espressa da Fabrizio De André in uno dei suoi più celebri testi si applica ampiamente al mondo della politica. Una volta cessata la propria esperienza di governo e cambiata la responsabilità a loro affidata gli esponenti della classe dirigente si fanno molto spesso loquaci sostenitori di piani di ampio respiro, strategie politiche di lungo corso o proposte di rinnovamento in larga parte divergenti da quanto proposto da loro nel momento di gestioni degli affari quotidiani delle istituzioni.

Romano Prodi, in questo senso, si è recentemente unito al coro in un editoriale pubblicato per Il Messaggero, in cui l’ex leader dell’Ulivo e due volte presidente del Consiglirinnega, a parole, l’impostazione da lui seguita come capo del governo e direttore-rottamatore dell’Iri riguardo la presenza dello Stato in economia.

La notizia della settimana è il fatto che Prodi, che ha guidato lo smantellamento delle partecipazioni strategiche nell’economia da parte dello Stato italiano, ora apra a concessioni in tal senso. “Non propongo certo la ricostruzione dell’Iri ma ritengo che sia obbligatorio difendere le nostre strutture produttive come fanno gli altri Paesi, a partire dalla Francia, che più degli altri è attiva nell’acquisto delle grandi strutture produttive italiane. Abbiamo bisogno cioè di una grande organizzazione che, anche aiutata da un’opportuna decisione sul voto multiplo per gli investitori di lungo periodo, possa conservare una quota di minoranza di alcune imprese necessarie a garantire la sopravvivenza futura del nostro Paese”, scrive senza ambiguità Prodi, aggiungendo che a suo parere Cassa Depositi e Prestiti sarebbe l’istituzione ideale per essere “cassaforte” del nuovo Stato-imprenditore.

I recenti casi industriali ed economici dell’Italia, dall’Ilva di Taranto ad Alitalia, passando per il tormentone sulle concessioni autostradali, hanno dimostrato quanto problematica e, spesso, traumatica sia stata la stagione delle privatizzazioni cavalcata, sponsorizzata e concretamente manovrata dall’ex accademico emiliano. Come dimenticare che fu Romano Prodi a accelerare il processo di svendita della Finsider, antenata dell’Ilva, aprendo la strada al caos della gestione privata? Che in prima persona fu lo stesso Prodi a spingere per la liquidazione di Italstat e Italsider, a favorire la cessione dal gruppo Iri, nel 1993 settimo conglomerato mondiale al mondo per fatturato, di Alfa Romeo e altre 28 imprese? Che, infine, ha come scheletro nell’armadio la condotta non propriamente limpida tenuta in occasione della mancata vendita al gruppo De Benedetti della società elettrica Sme, ostacolata dal governo Craxi?

“Lo scritto di Prodi indica a governo e Parlamento di fatto una sorta di piano Capricorn ma riveduto e corretto rispetto sia a quello che era stato impostato in epoca renziana dalla Cdp dell’era del già prodiano Claudio Costamagna, sia a quello poi vagheggiato sotto altra forma dai vertici del Movimento 5 Stelle all’inizio del governo Conte I”, commenta StartMag. Il Professore tenta di tornare in campo in prima linea facendo dimenticare…se stesso e, forse, le motivazioni che spinsero il Paese a vendere i più preziosi gioielli di famiglia: l’ansia di un veloce ingresso nel sistema euro e la necessità di accreditarsi come alfieri del nuovo corso imposto dal Trattato di Maastricht. L’attacco alla Francia non priverà Prodi della sua Legion d’Onore, e la presa di posizione politica sullo Stato-imprenditore, operativamente vaga, non fa dimenticare il vissuto storico dell’ex premier, che tenta di accreditarsi fuori tempo massimo come portavoce di un interesse nazionale che avrebbe fatto meglio a perseguire da capo dell’Iri e dell’esecutivo.