Non sono soltanto i Paesi dell’Unione europea a portarsi sul groppone dei debiti pubblici che, letti ad alta voce, fanno accapponare la pelle: il problema del “macigno”, come definito da Carlo Cottarelli, è comune a quasi tutta la popolazione del mondo.

Un debito troppo elevato ha infatti delle dure e nette conseguenze, soprattutto in quanto impedisce il compiersi di manovre espansive che sarebbero, se ben impostate, in grado di risollevare le sorti dell’economia di un Paese. Il caso limite lo si può riscontrare nei Paesi africani, dove le vie di comunicazione sottosviluppate, i servizi quasi assenti e un’economia soggiogata ai voleri esteri non migliorano con il passare degli anni. Senza considerare i fondi che vengono persi nella corruzione, il problema proviene dall’obbligo di restituire il proprio debito, con interessi annessi. In un’economia debole come quella africana molto spesso questo significa sacrificare quasi per intero l’avanzo pubblico per risarcire i finanziamenti, impedendo qualsiasi tipo di approccio espansivo sia di natura fiscale sia di incremento dei fondi destinati allo sviluppo delle vie di comunicazione e dei servizi.

Un Paese che non può investire è schiavo

L’impossibilità da parte dei Paesi africani di poter incentivare gli investimenti economici della propria popolazione rende le ricchezze del Paese oggetto di interesse dei grandi investitori esteri. Il Kenya può essere considerato l’esempio per eccellenza, avendo da poco ceduto persino lo sfruttamento delle proprie falde acquifere pur di avere un servizio che nessuna azienda del Paese sarebbe stata in grado di offrire, neanche totalmente o parzialmente statalizzata.

Appare chiaro in questa situazione come un debito troppo elevato contribuisca al suo tendere stesso alla crescita in ottica futura, diminuendo le capacità di investimento e di espansione economica. Come poter uscire però da questo circolo vizioso?

Le due strade di un Paese sovraindebitato

Diminuire la pressione del proprio debito pubblico non è mai facile, qualsiasi siano le condizioni di partenze e le promesse fatte ai creditori. Quando però il peso dei risarcimenti esteri supera l’utile netto del Paese alla fine dell’anno, i governi sono obbligati a scegliere tra due strade: pagare e, di conseguenza, aumentare il proprio disavanzo con l’emissione di nuovi Titoli di Stato o tramite la svalutazione monetaria. Oppure non risarcire i creditori, circostanza questa che scoraggia acquisti di Bond futuri. Quasi sempre, la scelta obbligata ricade sulla prima delle prospettive.

Esisterebbe inoltre un’altra via: decidere di rendere il debito irredimibile, scatenando però l’ira degli investitori. Questa procedura consiste nel pagare solamente “a vita” gli interessi sui Titoli di Stato, senza però restituire il capitale. Utilizzata anche dall’Italia alla fine della Prima guerra mondiale, questa procedura è però, nel caso dei Paesi africani, soggetta a un grosso problema: il debito pubblico espresso in dollari americani. In una situazione di forte inflazione infatti il valore dell’interesse dovuto in valuta locale (come insegna appunto la lira italiana) diverrebbe quasi nullo, azzerando di fatto anche la quota di interesse. Mantenendo però il valore nominale del dollaro, una condizione di inflazione peggiorerebbe ancora l’esposizione dello Stato e della popolazione, considerando anche le ritorsioni commerciali che il Paese potrebbe subire. Una decisione di fatto impossibile da prendere a meno di sicurezze circa lo sviluppo economico futuro: ad ora incerto per tutta la compagine degli Stati africani.

La ridiscussione del debito con l’Europa

In questo scenario, sia l’Europa che l’Africa avrebbero una grande possibilità di collaborazione per lo sviluppo di ambedue le economie. Mentre da un lato infatti i Paesi europei hanno la forza di investire nel Continente africano, le nazioni dell’Africa hanno bisogno di iniezione di liquidità nelle proprie economie per attivare gli sviluppi economici, sociali e strutturali necessari. Ridiscutendo il debito pubblico di Paesi come Kenya, BurundiRuanda si avrebbe la possibilità, se si monitorano le operazioni locali, di dare respiro all’economia permettendo gli investimenti strutturali di cui la popolazione ha bisogno. Al tempo stesso, si potrebbe ottenere l’esclusiva per l’utilizzo di determinate risorse strategiche, battendo l’aggressività della Cina, dell’Arabia Saudita e della Russia, molto attive negli investimenti nell’area africana, che utilizzano però un approccio più invasivo, spesso distruggendo le piccole realtà locali più che incentivarle.

L’unica strada per ambo le parti di difendere esclusivamente i propri interessi è quella che porta alla collaborazione attiva, per evitare di perdere importanza a livello economico globale nel prossimo futuro. Europa ed Africa risponderanno però alla chiamata?