Intervenendo a “Milano Capitali”, la videoconferenza sullo stato dell’economia italiana organizzata da Milano Finanza e Class Cnbc, il presidente della Consob Paolo Savona ha dichiarato con fermezza che l’Italia necessita di vedere la finanza tornare ad essere “ancella della crescita” e che il momento sia propizio per sottoscrivere titoli di Stato. Nelle scorse settimane era stato l’ad di Intesa San Paolo, Carlo Messina, aveva espressa analoga fiducia proponendo una convergenza virtuosa tra debito pubblico e risparmio privato, visto come necessaria garanzia.

Savona e Messina esprimono fiducia nell’economia italiana, e lo fanno su solide basi. Nonostante tutto, nonostante una crisi sanitaria, l’avanzamento della pandemia e un tracollo economico in via di sviluppo che si inserisce nel pieno della crisi europea l’Italia non sta affondando, e per dimostrare la realtà di questa affermazione basta analizzare l’andamento delle emissioni di debito delle ultime settimane.

Da gennaio ad aprile l’Italia ha emesso Bot, Cct e Btp per quasi 141 miliardi di euro; tutte le aste hanno avuto un eccesso notevole di domanda, per complessivi 91 miliardi di euro; ancor più incoraggiante un’emissione di Btp a scadenza variabile tra 5 e 30 anni realizzata fuori asta ad aprile attraverso un consorzio di istituti comprendente Banca Imi, Jp Morgan, Bank of America, Nomura, Société Generale e Deutsche Bank. Su un collocamento previsto di 16 miliardi sono arrivate richieste per circa 110 miliardi di euro.

L’Italia risulta ancora appetibile perché stabilizzata da un equilibrio di forze convergenti. In primo luogo il sostegno della Banca centrale europea, sul breve e medio periodo, toglie pressione dai debiti pubblici a maggior rendimento dell’Unione europea e garantisce uno scudo necessario a Roma, permettendo di emettere titoli a tasso favorevole per finanziare le emissioni ordinarie. In secondo luogo Roma ha avuto l’appoggio decisivo di settori della finanza statunitense, come BlackRock e Goldman Sachs, che nella ricerca di rendimento hanno sponsorizzato con forza l’acquisto di Btp; infine, l’equilibrio “situazionista” è stato favorito dal mancato declassamento da parte delle agenzie di rating, fortemente sponsorizzato dalle aperture della Bce, avvenute su pressioni di uno dei Paesi maggiormente attivi nel nostro debito pubblico, la Francia.

Il problema, in questo contesto, è che quello italiano è appunto un equilibrio in larga parte propiziato da forze esterne, su cui l’Italia non ha ancora saputo esercitare un suo spazio d’azione autonomo. Viene ad esempio da chiedersi come mai il Ministero dell’Economia e delle Finanze guidato da Roberto Gualtieri non abbia ancora provveduto a mettere in campo nuove e importanti emissioni di debito constatando l’aumento esponenziale della domanda di prodotti finanziari italiani. Una mossa di questo tipo permetterebbe all’Italia una boccata d’ossigeno e una notevole ripresa di fiato sul lato dello spread, rappresentando una forte dimostrazione di solidità. Solo nei primi due casi citati arriviamo a 180 miliardi di euro di risorse aggiuntive che investitori e Bce avrebbero potuto sdoganare e mettere in campo, molti di più dei 55 miliardi su cui i tecnici del Mef e il governo di Giuseppe Conte discutono da settimane definendo l’oramai ex “Decreto Aprile”.

Nelle scorse settimane il Decreto Liquidità si è dimostrato corto e insufficiente a garantire le risorse proposte; la carenza di investimenti per la crescita si fa sentire; da febbraio a marzo la produzione industriale si è contratta di quasi un terzo e Cerved prevede una perdita di fatturato compresa tra i 348 e i 475 miliardi di euro per le imprese italiane nell’anno in corso. Il disastro macroeconomico è notevole, ma l’Italia ha l’anomala possibilità di affrontarlo in una fase di relativa quiete sui mercati dei titoli: non approfittarne sarebbe un errore imperdonabile. Ma le manovre incerte di governo e tecnici lasciano pensare che si tratterà dell’ennesia occasione non colta.