Il Fondo monetario internazionale lo calcola in 184mila miliardi di dollari, 225% del Pil mondiale. Uno studio di Citigroup realizzato sulla base dei dati raccolti dall’Institute of International Finance alza la stima a 250 trilioni di dollari, tre volte il totale di vent’anni fa. L’ordine di grandezza è in ogni caso impressionante: il mondo sta venendo sommerso da un fardello di debito potenzialmente insostenibile.

“Sui principali debitori, Stati Uniti, Cina, Eurozona e Giappone, gravano oltre i due terzi del totale dell’indebitamento delle famiglie, tre quarti di quello delle imprese e l’80% del debito pubblico globale”, sottolinea La Stampa mettendo in risalto un’importante caratteristica del debito, che una vulgata economica semplicista troppo spesso riduce al solo debito pubblico dei Paesi. Certamente importante, per quanto la sua sostenibilità sia contestuale alla situazione economica e monetaria di uno Stato (come i casi comparati di Italia e Giappone insegnano), ma che non esaurisce una fattispecie molto più complessa.

A ogni debito corrisponde un credito,  per il quale il prestito erogato rappresenta un’attività finanziaria in grado di creare valore. Tuttavia, l’incremento del fardello debitorio internazionale rende ancora più alto il rischio di insolvenza, in un contesto che va analizzato alla luce di diversi fattori: la specificità del problema del debito nei vari scenari in cui si manifesta, la sua aperta correlazione con lo scenario finanziario globale e il dominio dell’incertezza sui mercati dei capitali.

Un debito globale, molti debiti settoriali

Come detto, c’è debito e debito. Oggigiorno esistono diverse spade di Damocle debitorie sull’economia mondiale. Per la Cina il 2019 sarà un anno caldissimo. Con un indebitamento complessivo pari al 240% del Pil, distribuito soprattutto tra enti locali, imprese e famiglie, l’Impero di Mezzo conoscerà la più grande sfida alla sostenibilità del suo impianto dirigista. Al tempo stesso, gli investimenti torrenziali sulla “Nuova Via della Seta” hanno portato all’emergere di problematiche in diverse nazioni (Gibuti, Pakistan, Montenegro, Sri Lanka) circa la sostenibilità di debiti controllati indirettamente dalla stessa Cina, che potrebbero frenare la proiezione economica di Pechino.

“Le preoccupazioni stanno inoltre aumentando sul debito delle aziende: in questo caso sono quella americane ad attirare sempre più attenzione”, aggiunge Il Sole 24 Ore. “Negli ultimi anni si sono infatti indebitate molto, soprattutto attraverso il mercato obbligazionario. Oggi proprio questo settore desta i maggiori timori: perché non solo il mercato delle obbligazioni aziendali è lievitato velocemente negli Usa, ma mediamente i bond sono di qualità peggiore rispetto al passato e il loro mercato è altamente illiquido”. Il 40% delle obbligazioni aziendali statunitensi hanno un rating BBB, appena superiore al livello speculativo. La corsa della finanza dopo la “Grande Recessione” ha portato numerosi colossi di Wall Street a indebitarsi per procedere a operazioni di buyback, capaci di incrementarne il valore delle azioni. Ora che l’euforia sembra essere terminata, restano le secche di un debito aziendale fuori controllo.

Il debito privato è, come in passato, il maggior punto di criticità. E ciò vale anche per l’Eurozona dove a presentare il profilo più preoccupante non è né la Grecia né l’Italia, ma bensì la Francia di Emmanuel Macron, che con un valore aggregato pari al 400% fortemente sbilanciato su imprese e famiglie ha il debito più elevato dell’Unione Europea.

Prevedendo il fallimento delle politiche di austerità del nascente governo Monti nel 2011, Alberto Bagnai sottolineò come la crisi dei Paesi dell’Eurozona afflitti dai problemi di debito pubblico fosse dovuta “all’accumulazione di debito privato verso creditori esteri“, debito “poi morto pubblico” attraverso il salvataggio statale della finanza privata. I segnali congiunturali puntano verso una nuova situazione di crisi finanziaria, e gli equilibri politici attuali lasciano presagire che ciò non potrà risultare praticabile una seconda volta.

Il debito nella morsa dei derivati 

A un livello di debito superiore notevolmente al Pil mondiale si somma un sistema complesso, fortemente asimmetrico, di assicurazioni di diversi gradi e livelli. Come accaduto prima del crack di Lehmann Brothers, i debiti sono cartolarizzati, spacchettati, riassemblati in prodotti più complessi, su cui si innesta un’altrettanto complicata serie di assicurazioni attraverso strumenti derivati.

Essi, scrive con puntualità Fabio Accinelli sul Sussidiario“non sono titoli muniti di un proprio valore intrinseco, bensì ‘derivano’ il loro valore da altri prodotti finanziari esistenti come beni reali alla cui variazione temporale del prezzo essi si agganciano. Il titolo o il bene reale la cui quotazione sui mercati imprime di fatto il valore al derivato assume il nome di ‘underlying asset‘ ovvero ‘sottostante’”.

Vere e proprie “scommesse” sugli andamenti di determinati indici (come possono essere i prodotti creati cartolarizzando i debiti), i derivati sono prodotti fortemente opachi che oggi ingolfano i mercati mondiali. L’atomica dei derivati, pronta a deflagrare, si innescherebbe non appena si manifestasse una grave crisi debitoria nel mondo. 2,2 milioni di miliardi di dollari di derivati, una cifra anche solo da immaginare, ingolfano le società finanziarie e le banche d’affari di tutto il mondo. Tra queste, colossi in pieno affanno come Deutsche Bank. Sembra di parlare del remake di un film già visto: l’ottusità della finanza mondiale non conosce limiti.

L’incertezza minaccia la sostenibilità del debito mondiale

“Posso calcolare i moti dei corpi celesti, ma non la follia delle persone”, disse nel 1720 Isaac Newton, che oltre a esser stato uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi fu guardiano della Zecca Reale inglese e investitore finanziario, dopo lo scoppio della bolla della South Sea Company che gli causò una dura perdita finanziaria. Tre secoli dopo, siamo al punto di partenza. Le fasi di euforia finanziaria prefigurano i momenti in cui sono la volatilità e l’incertezza a farla da padrone.

Stiamo vivendo una di queste fasi. E nel contesto della sostenibilità del debito mondiale, specie di quello privato, questo è un problema. La volatilità riduce notevolmente i margini di manovra per le società impegnate nell’erogazione del credito alle imprese e alle famiglie, gli attesi rincari dei tassi di sconto delle principali banche centrali lasciano presagire un giro di vite che drenerà dai mercati parte della cascata di liquidità che in larga parte ha alimentato il fiume carsico della speculazione finanziaria, a sua volta apportatrice di nuovo debito.

Un mondo profondamente indebitato in cui non c’è spazio per l’erogazione di credito né alcuna reale garanzia per la sostenibilità del debito accumulato in precedenza e dei suoi interessi vive una situazione pericolosa. A oltre dieci anni dallo scoppio dell’ultima Grande Crisi, la finanza torna sui percorsi già battuti in precedenza. Puntando dritta verso il burrone. Le dimensioni della posta in gioco aiutano a comprendere quanto sia difficile per gli Stati e le istituzioni conquistarsi un margine di manovra che sarebbe essenziale per prevenire lo schianto. 2019 e 2020 saranno anni da vivere sull’ottovolante. La bolla del debito è estremamente fragile, e il sistema sembra essersi strutturato in modo tale da facilitarne lo scoppio.

Articolo di Andrea Muratore