L’Afghanistan è il luogo in cui le grandi potenze del pianeta si incontrano e scontrano per il dominio dell’Asia centrale sin dall’epoca del Grande Gioco. Contrariamente all’Ottocento, oggi non è in corso una competizione a due, tra Londra e Mosca, ma un vero e proprio campionato egemonico al quale stanno partecipando Pechino, Washington, Ankara, Nuova Delhi, Islamabad, Teheran e gli –stan.

La ritirata degli Stati Uniti, se, come e quando avverrà, potrebbe condurre all’apertura di una voragine dalle implicazioni potenzialmente esiziali e nefaste non soltanto per l’Afghanistan, nuovamente esposto all’influenza (mai del tutto scemata) dell’internazionale jihadista, ma anche per Asia centrale postsovietica, Russia, Cina, Iran e Pakistan, ergo per Unione Economica Eurasiatica e Belt and Road Initiative.

Fra i principali giocatori della regione è iniziata una corsa contro il tempo per evitare l’inevitabile e per rendere possibile l’impossibile: trasformare l’Afghanistan da un semenzaio di instabilità ad uso e consumo degli agenti del terrore ad un nucleo di benessere e prosperità in grado di riverberare effetti positivi e in maniera concentrica sull’intero vicinato. È in questo contesto che si inquadrano eventi come le trattative tra Mosca e Kabul per l’impiego dello Sputnik V nel mercato afghano, il lancio del corridoio dei lapislazzuli, il dinamismo epinefrinico di Nuova Delhi e gli sforzi del trio Teheran-Teheran-Islamabad in direzione della realizzazione della cosiddetta “ferrovia transafghana“.

Il progetto

Il mese di aprile si è aperto all’insegna di un breve ma intenso tour nell’Asia centrale postsovietica del titolare del Ministero degli Esteri dell’Iran, Mohammad Javad Zarif, che in Europa non ha ottenuto la giusta e dovuta copertura mediatica e analitica. Perché Zarif, che in tre giorni ha visitato Nur-Sultan, Ashgabat, Biskek e Tashkent, ha messo piede fuori da Teheran con un obiettivo preciso: incoraggiare i colleghi centroasiatici a premere l’acceleratore sul dossier afghano. Tashkent, la tappa più importante dell’intero viaggio, per qualche ora era divenuta il centro del mondo. Quivi, infatti, si erano incontrati Zarif e il presidente uzbeko, Shavkat Mirziyoyev, per discutere dei progetti di interconnettività che legano le due nazioni e del loro cantiere aperto più riguardevole: la ferrovia transafghana.

Ferrovia transafghana è il nome informale con il quale volgo e stampa fanno riferimento alla Mazar-i-Sharif-Kabul-Peshawar, un collegamento su rotaia concepito per creare un tutt’uno amalgamato tra il mercato uzbeko e i porti pakistani. La linea, così come progettata, traverserebbe anche una parte dell’Iran, e la sua traslazione in realtà rappresenta una priorità strategica per la dirigenza iraniana, che, per suo tramite, accrescerebbe la propria rilevanza in Asia centrale.

Tutti gli attori coinvolti, non soltanto l’Iran, sembrano realmente interessati a concretare la linea ferroviaria; non si spiegherebbe, altrimenti, la celere andatura con la quale si stanno muovendo le loro diplomazie sin dagli albori del 2021:

  • 2 febbraio: una trilaterale fra Afghanistan, Uzbekistan e Pakistan durante la quale è stata approvata e firmata la tabella di marcia dei lavori;
  • 10 marzo: una visita a Islamabad del capo della diplomazia uzbeka, Abdulaziz Kamilov;
  • 10 aprile: un vertice a Doha fra Kamilov e un rappresentante dei Talebani per discutere del futuro delle relazioni uzbeko-afghane;
  • 14 aprile: una bilaterale tra Mirziyoyev e Imran Khan, il primo ministro pakistano, avente come focus la realizzazione della linea transafghana;

I lavori nella sezione afghana dovrebbero cominciare a breve, nel mese di settembre, possibilitati dal coinvolgimento (potenziale) dell’agenzia governativa per la cooperazione allo sviluppo istituita dall’amministrazione Trump nel 2019, la Corporazione per la Finanza e lo Sviluppo Internazionale degli Stati Uniti (U.S. International Development Finance Corporation), e del Fondo di Investimento dell’Asia centrale.

Il potenziale della linea

La ferrovia transafghana presenta una serie di utilità equalmente benefiche per ognuno degli attori che da essa verrebbero attraversati: il Pakistan accrescerebbe il ruolo di punto di transito nodale delle rotte commerciali dell’Asia, perché già forte del sodalizio di ferro con la Cina nel quadro della Nuova via della seta, l’Uzbekistan migliorerebbe il proprio accesso ai porti dell’oceano Indiano, l’Iran accrescerebbe la propria rilevanza in Asia centrale e l’Afghanistan beneficerebbe del maggiore inglobamento nel circuito economico-infrastruttuale centroasiatico.

La linea, a latere, avrebbe delle ovvie e positive ripercussioni sul maxi-mercato dell’Unione Economica Eurasiatica, poiché legata in maniera crescente all’Iran e (forse) prossima all’inglobamento dell’Uzbekistan, nonché sulla Nuova via della seta, che trarrebbe enorme vantaggio dall’accorciamento delle tempistiche di trasporto delle merci in arrivo nei porti pakistani.

In sintesi, da Tashkent a Islamabad, passando per Teheran, tutti gli occhi sono puntati su Kabul, la fu tomba degli imperi che potrebbe divenire la stazione centrale dell’Eurasia, ma sulla quale, tra un cantiere e l’altro, aleggia spaventevolmente l’ombra del ritorno al passato, l’ombra di un caos caliginoso in grado di avvolgere in una cappa letale l’intera Asia centrale. Perché una parte del Grande Gioco 2.0 verrà scritta qui, lungo la ferrovia transafghana, e le potenze emergenti che si affacciano sul cuore della Terra mackinderiano dovranno essere pronte ad affrontare ogni evenienza.