Il governo federale e i piani economici dell’amministrazione Trump concordati al Congresso tra Repubblicani e Democratici hanno salvato milioni di cittadini statunitensi dalla miseria nei primi mesi della crisi pandemica, permettendo addirittura un crollo senza precedenti del tasso di povertà effettivo. In un contesto in cui il reddito mediano dei cittadini statunitensi è calato del 2,9% dal 2019 al 2020 (passando da 69.560 a 67.521 dollari) i dati dello U.S. Census Bureau recentemente pubblicati hanno sottolineato che i trasferimenti operati dal governo federale, i crediti d’imposta e i sussidi governativi hanno creato una netta divaricazione tra il tasso di povertà che sarebbe misurabile guardando al semplice reddito (11,4%) e quello effettivo, che misura le prospettive reali di vita dei cittadini.

Il peso degli aiuti federali

In questo contesto, i dati segnalano che i programmi di aiuto federali hanno salvato dalla povertà oltre 11,7 milioni di persone, abbattendo al 9,1% il tasso effettivo, il più basso dall’inizio delle rivelazioni nel 2009. A ciò va aggiunto il fatto che 5,5 milioni di persone sono state protette dal crollo nella categoria dei poveri dagli schemi di garanzia e protezione contro la disoccupazione.

Dopo il disastro economico dei primi tempi della pandemiaDonald Trumpla sua amministrazione e il Congresso diviso tra i due maggiori partiti americani hanno impostato un piano economico notevole per rispondere all’emergenza. In poche settimane è stato impostato un primo piano piano d’aiuti da oltre 2mila miliardi di dollari, quasi tre volte il Recovery Fund europeo, destinati a a sostenere redditi familiari e disoccupati (300 miliardi per entrambe le voci), a un fondo di salvataggio del imprese (500 miliardi) e agli ospedali (oltre 100 miliardi). Nel complesso, nel corso dell’anno, le statistiche federali riportano una vera e propria impennata degli aiuti sociali del governo alla popolazione: i trasferimenti governativi sono quasi raddoppiati tra il primo e il secondo trimestre, salendo da 2.417 a 4.766 miliardi di dollari e toccando un picco di 5.070 miliardi nel primo trimestre dell’anno in corso.

L’amministrazione Trump, dopo aver completato con la sua riforma fiscale il più massiccio trasferimento di ricchezza dal 99% all’1% più ricco della popolazione della storia americana, ha concluso la sua parabola garantendo, nella fase più acuta della pandemia, il più corposo ritorno dello Stato nell’economia della recente parabola politica della superpotenza. Un’ambivalenza tutt’altro che contraddittoria, se pensiamo ai poteri federali nella gestione dell’economia e nella capacità del governo di Washington di promuovere in poche settimane piani di portata ben più corposa rispetto a quelli su cui l’Unione Europea dibatte da oltre un anno e di immediata efficacia.

Elaine Waxman, senior fellow dell’Urban Institute, ha definito “fenomenali” i risultati del 2020, e anche il Washington Post, mai tenero nei confroni dell’ex presidente, ha sottolineato il peso di un pacchetto politico bipartisan capace di invertire i trend sulla povertà nell’anno in cui gli Usa hanno sperimentato la peggiore crisi dalla Grande Depressione, ricordando inoltre che la povertà è calata “in ogni gruppo etnico e in ogni livello educazionale” e che alcuni dei cluster in cui il calo è stato più marcato sono stati quelli “dei nuclei famigliari guidati da madri single, degli afroamericani, dei latini, degli adulti senza un diploma di scuola superiore”, ovvero le fasce della popolazione più frequentemente identificate come fragili.

Torna il “big government”

Per gli Stati Uniti, di fatto, prima ancora della povertà il vero problema alla radice del male corrosivo che sta portando al deperimento la coesione sociale del Paese è piuttosto la disuguaglianza legata ai palesi differenziali di reddito, opportunità, status sociale percepito interni agli Stati e alle singole grandi città, la netta divisone tra le prospettive della metropoli e quelle della periferia, la carenza di servizi essenziali e sicuri di base. I piani bipartisan del 2020 hanno agito su alcuni di questi punti, in primo luogo garantendo un beneficio economico ai cittadini con pagamenti diretti (helicopter money) e la facilitazione dell’accesso a servizi sanitari di base. Il punto principale per il Paese sarà capire quanto queste statistiche si consolideranno nella fase della ripresa economica mano a mano che i piani dell’amministrazione Trump e i nuovi pacchetti promossi in continuità dall’amministrazione Biden si esauriranno e prima che le ambiziose proposte dell’agenda del successore di The Donald in materia di investimenti strategici, industria, infrastrutture, welfare trovino spazio.

Col Covid negli Usa è tornato in campo il big government di Franklin Delano Roosevelt, sono tornate in mente ai decisori le vitali lezioni di John Maynard Keynes e, assieme a loro, l’insegnamento di Karl Polanyi, il sociologo austro-americano che nella prima metà del Novecento teorizzava come inevitabile il primato della politica sull’economia nelle fasi di crisi del capitalismo. Un primato espresso dalla diretta capacità del governo federale di creare una rete sociale anti-povertà nella fase di maggiore durezza della crisi, dal peso specifico degli aiuti economici promossi e dall’impostazione creata in altri ambiti: Biden, come Trump, ha colto al volo la palla e puntato ad estendere oltre l’ambito emergenziale questa capacità d’azione. I suoi piani, come quelli del predecessore, prevedono di mobilitare risorse per un valore di molto superiore ai 700 miliardi di dollari, stanziati da George W. Bush per salvare gli istituti travolti dalla crisi finanziaria nel 2008, e agli oltre 800 miliardi di Barack Obama, per contrastare la Grande Recessione nel 2009. Vista col senno di poi, l’azione di Trump potrebbe aver introdotto un’importante discontinuità: e la tempestività dell’azione contro gli effetti economici della crisi è indubbiamente da riconoscere come un punto nell’attivo del bilancio dell’ex presidente.

 

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