I petro-Stati del Golfo Persico vivono una crisi esistenziale profonda. La pandemia e la transizione globale verso le energie rinnovabili hanno causato un abbassamento significativo dei prezzi del petrolio ed i tentativi fatti dall’OPEC per stimolarne un rialzo non hanno avuto particolare successo. Le nazioni coinvolte hanno reagito in maniera diversa: l’Arabia Saudita ha tagliato le indennità ed imposto nuove tasse, gli Emirati Arabi Uniti hanno cercato di diversificare le proprie entrate cercando di esaltare il ruolo di Dubai come centro finanziario e logistico mentre il Kuwait, paralizzato dagli scontri politici tra il Parlamento eletto dal popolo ed il governo nominato dall’Emiro, rischia di restare senza liquidità ed il governo potrebbe non essere in grado di coprire il deficit nel budget che ammonta a 46 miliardi.

Problematiche complesse

Gestire l’impatto della pandemia nei prossimi anni potrebbe rivelarsi uno dei test più difficili per il Consiglio di Cooperazione del Golfo, un’organizzazione internazionale a carattere regionale che riunisce sei Stati del Golfo Persico: Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar. La caduta dei prezzi del petrolio e le perdite nel settore privato destano preoccupazione. Per il Kuwait si tratta di uno dei periodi più difficili dai tempi dell’occupazione irachena del 1991: Il Paese ha uno dei più alti tassi di mortalità al mondo provocati dal Covid-19 con 60 morti per milione di abitanti e le misure di contenimento, in vigore dal 12 marzo, hanno portato alla chiusura di tutte le attività commerciali. La difficoltà nel contenere le infezioni ha provocato uno slittamento nell’avvio del piano di riapertura. Il sistema bancario del Kuwait inizia a scricchiolare: la Banca Centrale è stata costretta ad intervenire per rafforzare la Kuwait Gulf Bank, che ha subito perdite stimabili in circa 200 milioni di dollari kuwaitiani.

Minacce insostenibili

Le nazioni del Golfo sono esposte ai rischi del Covid-19. Questi Stati hanno investito massicciamente nel trasporto aereo, nel turismo e nella logistica, tutti legati al libero spostamento, ora impossibile, di persone e beni ed importano buona parte del proprio fabbisogno alimentare e medico. I rallentamenti delle catene di rifornimento hanno avuto  ripercussioni sulla vita quotidiana degli abitanti della regione. C’è il rischio che, ad approfittare della situazione, possano essere anche i radicali islamici, al momento non particolarmente attivi, ma determinati a rovesciare le case regnanti e ad impadronirsi del potere. Gli Stati del Golfo hanno giocato un ruolo importante nelle campagne militari contro lo Stato Islamico che costituisce, per loro, non solo una minaccia regionale ma anche interna. L’Arabia Saudita è stata colpita, sin dal 2014, da una serie di attentati contro la popolazione civile, le forze di sicurezza e gli stranieri. In Kuwait, invece, lo Stato Islamico è stato responsabile, nel 2015, del più grave attentato nella storia del Paese (27 morti e 227 feriti in seguito ad un attentato suicida contro una moschea sciita). Le nazioni del Golfo potrebbero ritrovarsi, nel giro di pochi anni, ai margini delle dinamiche geopolitiche globali e non più in grado di esercitare un’influenza significativa sul resto del mondo. L’Iran, con l’aiuto della Cina e della Federazione Russa, è determinato a scalzarne le posizioni e ad imporre la sua ideologia dominata dall’antiamericanismo.