Il futuro del processo di pacificazione tra Armenia e Azerbaigian non si sta giocando soltanto nel sensibile Nagorno Karabakh, perché, invero, c’è un’altra vena scoperta, facile al sanguinamento, che ha storicamente complicato le relazioni tra i due Paesi: lo Zangezur.

Adeguati rimedi – in questo caso un corridoio di trasporto internazionale – se accompagnati da una ferrea volontà d’azione risolutoria, potrebbero trasformare questa fonte secondaria di conflitto e divisione (letterale) in un potente magnete in grado di attrarre mutui benefici in termini di prosperità, investimenti, crescita e, soprattutto, pace.

Le origini del corridoio di Zangezur

Fra le clausole presenti nella dichiarazione tripartita del 9 novembre, che ha determinato la fine delle ostilità nel Nagorno Karabakh a mezzo dell’entrata in vigore di un cessate il fuoco permanente, una risalta in maniera particolare. Questa condizione, la numero nove, ha gettato le basi per il ritorno in funzione di tutti i collegamenti economici e di trasporto attraversanti tutta la regione contesa e spinto l’Armenia a garantire all’Azerbaigian l’agognata costruzione di una connessione via terra con l’exclave azerbaigiana della Repubblica autonoma di Nakhchivan.

Trascorsi i mesi di novembre e dicembre, fra malumori di piazza a Erevan e schermaglie intermittenti in alcune zone dei territori liberati dell’Azerbaigian, nella giornata dell’11 gennaio aveva avuto luogo un’ulteriore trilaterale fra Vladimir Putin, Ilham Aliyev e Nikol Pashinyan, allestita a Mosca, per discutere del concretamento del fatidico punto nove della dichiarazione di cessate il fuoco.

Il vertice si era concluso con la firma di una dichiarazione congiunta riguardante lo sviluppo di progetti infrastrutturali nella regione contesa, fra i quali una linea ferroviaria per connettere Armenia e Russia traversante il territorio azero e la nascita di un gruppo di lavoro congiunto con l’obiettivo di monitorare e gestire ogni fase della loro implementazione. I lavori di ripristino dei canali di trasporto su gomma e rotaia, a partire da quel momento, hanno ricevuto un impulso significativo, specialmente nel territorio azero, e la ragione è una: il corridoio di Zangezur.

Il corridoio, che cos’è

Lo Zangezur è il paragrafo della regione più ampia di Syunik, la provincia armena che funge da parete divisoria permanente fra l’Azerbaigian e la sua exclave, sul quale dovrebbe sorgere l’agognata linea ferroviaria Baku–Nakhchivan. Se non politicizzato dalle parti in gioco, e i rischi in tal senso provengono sostanzialmente dall’Armenia  la quale vede il corridoio come una manifestazione del panturchismo sul proprio territorio –, lo Zangezur sarebbe in grado di generare ricadute benefiche la cui portata andrebbe ben al di là della dimensione puramente sudcaucasica.

Connettere Nakhchivan e Baku attraverso lo Zangezur equivale a creare un collegamento potenzialmente inglobabile nella già esistente Baku–Tbilisi–Kars (BTK), che, a sua volta, è inserita in una realtà infrastrutturale di gran lunga più estesa, poiché di caratura transcontinentale, connessa ai mercati russo (attraverso la Ankara–Baku–Mosca), cinese (tramite la Cina–Azerbaigian), turkestano (a mezzo del corridoio dei lapislazzuli, ma non solo) e indo-iranico (mediante il Corridoio Nord–Sud). 

Lo Zangezur è, in estrema sintesi, la migliore esemplificazione di quel che è il Caucaso meridionale: la geografizzazione letterale del concetto geopolitico di pivotalità. Perché Azerbaigian e Turchia potrebbero commerciare ad alti livelli anche senza il corridoio di Zangezur, come dimostra la BTK, ma il soprascritto elenco (parziale) di potenziali ripercussioni ne illustra e spiega l’importanza.

Quali sarebbero i benefici per l’Armenia

L’Armenia teme per la propria sovranità, perché preda di un comprensibile stress post-traumatico, o meglio post-guerra, sotto forma di sindrome di Alamo, ma il corridoio di Zangezur potrebbe rappresentare la chiave di volta per una stabilizzazione durevole ed egualmente benevola per ogni attore ivi coinvolto.

In primo luogo, avallando i lavori di unificazione infrastrutturale tra Baku e Nakhchivan, Erevan dimostrerebbe al proprio garante (Mosca) affidabilità, rispettando i patti, e propensione alla pace, sostituendo lo scontro con l’incontro. In secondo luogo, mettendo momentaneamente da parte le animosità politiche, l’Armenia potrebbe cogliere una verità incontestabile e per nulla trascurabile: i benefici superano di gran lunga i costi.

Erevan è rimasta diplomaticamente isolata dopo l’occupazione dei territori dell’Azerbaigian e, soprattutto, è stata esclusa dai processi trasformativi che stanno plasmando e riscrivendo la realtà economica, commerciale e infrastrutturale del Caucaso meridionale, globalizzandolo per mezzo di reti transregionali collegate o collegabili ad Anatolia, Asia centrale, Russia, Medio Oriente, Asia meridionale e Cina. L’Armenia potrebbe entrare a far parte di questo nuovo mondo, di cui il Caucaso meridionale rappresenta l’ombelico, in luogo di esserne estranea e di essergli ostile, iniziando a commerciare in maniera significativa con un mercato sterminato.

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