“Se non ci fossero le elezioni Usa sarei più tranquillo”. Chris Foster, ex trader di attività finanziarie che ha lavorato per diverse banche sia americane che europee, sulle piazze di Londra e New York, non usa mezzi termini in un’intervista a Il Sussidiario sugli effetti economici dell’epidemia da coronavirus a livello globale.

Foster nega che ci siano i presupposti per un nuvo 2008, ovvero un crollo sistemico dell’economia internazionale, ma che a fare la differenza sarà la capacità di resilienza dei due giganti dell’economia mondiale, Cina e Stati Uniti. Sul fronte di Pechino, il finanziere ritiene che la Cina possa uscire meglio, rispetto all’Occidente, dalla crisi economico-finanziaria.

Pechino ha iniettato una quantità immensa di denaro, 750 miliardi di dollari, nel sistema finanziario per evitarne il collasso, procede a passo spedito nell’eliminazione delle sacche di epidemia, prepara il ritorno nel mercato globale ed ha compattato l’apparato industriale-tecnologico sotto la guida del Partito Comunista per la risoluzione dei problemi interni. “La Cina può permettersi ora – chiosa Foster – di crescere al 4-5% invece del 6-8% e mantenere livelli adeguati di stabilità economica e sociale. Inoltre la Cina ha un settore privato in forte crescita che sarà per tante ragioni meno sensibile allo shock esogeno”. La chiave di lettura è dunque legata al fatto che il coronavirus non metterebbe a rischio la stabilità del capitalismo globale, ma rappresenterebbe piuttosto un duro colpo destinato, però, a essere riassorbito.

Per gli Stati Uniti, invece, Foster teme che il coronavirus possa diventare un’arma di campagna elettorale contro l’amministrazione Trump. “I Democratici”, a suo parere, “si sono dati come obiettivo quello di distruggere Trump a qualsiasi costo. Con la Russia e l’impeachment non ci sono riusciti, l’ultima chance è il coronavirus. Last call”. Spostare la questione dal braccio di ferro politico economico tra Trump e il futuro sfidante democratico, molto probabilmente Joe Bidenal tema dell’emergenza sanitaria evolverebbe il livello dello scontro, già destinato ad essere molto surriscaldato.

Vi è da dire che l’ipotesi avanzata da Foster è spiegabile in maniera estremamente pragmatica: i presidenti Usa, negli ultimi decenni, rischiano di non conquistare la rielezione solo se costretti ad affrontare un periodo di grande tensione sotto il profilo economico. Non a caso l’ultimo presidente a non essere riconfermato fu George Bush senior, sconfitto nel 1992 dal democratico Bill Clinton che adottò il dissacrante slogan “It’s the economy, stupid!” per criticare il predecessore per l’inasprimento del carico fiscale e la recessione dell’ultimo anno del suo mandato.

Trump gioca una partita delicatissima, avendo da sempre portato ad attivo più importante del bilancio della sua amministrazione la robusta crescita economica e i record di Wall Street ottenuti durante la sua leadership. La dura “correzione” di mercati sovradimensionati può essere l’inizio della parabola discendente per l’economia a stelle e strisce? Joseph Stiglitzeconomista Premio Nobel, ne è convinto e ritiene che il coronavirus e i suoi effetti costeranno a Trump la rielezione a novembre. Foster è invece più scettico e ritiene che tutto dipenderà dalla volontà dei democratici di collaborare con Trump per risolvere la crisi. Il finanziere getta sui democratici e sui media loro vicini la responsabilità di utilizzare il panico sanitario e l’emergenza economica come armi anti-Trump: “L’approccio è semplice, indurre gli elettori a credere che una catastrofe si sta avvicinando e che un’amministrazione democratica avrebbe più capacità e credibilità dell’attuale squadra di Trump”.

La realtà dei fatti è comunque abbastanza problematica. Il Covid-19 continua a diffondersi negli Stati Uniti, dove nella giornata del 10 marzo il numero di positivi è salito a 1004 casi, con nuovi contagi in Florida e Michigan. La maggiore concentrazione è nello stato di Washington con 279 casi, seguito dalla California con 178 e da New York con 173. Michigan e Massachusetts si sono uniti al novero degli Stati che hanno dichiarato lo Stato d’emergenza.

Trump può prevenire un’azione democratica nei suoi confronti operando una strategia trasparente ed energica in ambito sanitario: la virologa Ilaria Capua ha paragonato gli Usa alla Nigeria come possibile terreno di coltura per il coronavirus a causa della debolezza del sistema sanitario. La strategia critica dei democratici nei confronti di Trump potrà, da un lato, essere basata su una campagna politico-mediatica unilaterale, ma al Presidente sta il compito di non fornire assist agli avversari minimizzando la questione o cedendo ai condizionamenti dell’ala più liberista del Partito Repubblicano, pronta a negare avanzamenti della sanità pubblica anche in periodo d’emergenza. Così facendo, il presidente potrà separare la questione della ripresa economica, su cui sarà necessaria una svolta bipartisan dato il controllo democratico della Camera al Congresso, e la sfida sanitaria. Forse la più insidiosa in vista del voto di novembre.

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