L’accordo sul Recovery Fund nel governo italiano ha fatto esultare tutti coloro che hanno ritenuto la concessione di 209 miliardi tra contributi a fondo perduto e prestiti una vittoria di Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri nelle negoziazioni. Nella narrativa mediatica, il tema del Recovery Fund è spesso semplificato dando l’idea di una cascata di contanti pronta a fluire su di noi dall’Europa per finanziare la ripresa post-coronavirus. Poco conta che i primi fondi non arriveranno prima di luglio 2021, quasi un anno e mezzo dopo l’inizio della pandemia, che il piano italiano non sia ancora pronto e, anzi, il dibattito principale sia non tanto su come gestire i fondi ma, come dimostra la spaccatura nell’esecutivo, su chi debba esser deputato a farlo.

Ma nella terra dei gattopardi, il rischio che in fin dei conti tutto cambi perché nulla cambi è sempre dietro l’angolo. E se sul piano politico si può senz’altro notare che il Recovery Fund può stimolare, come pungolo, una razionalizzazione delle energie politiche e programmatiche verso la ricerca delle priorità del Paese, la nostra classe dirigente si sta contendendo un bottino ritenuto ampio senza guardare alla sostanza dei fatti. E cioè che con ogni probabilità l’alluvione di denaro resterà solo sulla carta e, anzi, l’Italia sarà un contributore netto dei fondi europei per la ripresa.

A sottolinearlo uno dei massimi esperti italiani della gestione dei fondi europei, nonché ex consigliere dello storico leader del centrosinistra più europeista, Romano Prodi, Andrea Del Monaco. In un’ampia e approfondita analisi per Huffington Post, Del Monaco snocciola cifre e dati con grande attenzione, sottolineando che nel quadro del prossimo bilancio pluriennale europeo 2021-2027 l’Italia, terza economia dell’Eurozona, sarà nuovamente contributrice netta.

Nel quadro di Next Generation Eu l’Italia riceverà fino a 127,6 miliardi di euro di prestiti. Prestiti che, è bene sottolinearlo, rappresenteranno dei crediti privilegiati verso il Tesoro e non possono esser considerati un guadagno netto per il sistema Paese. Tra il Recovery Fund e gli altri programmi collegati (da React Eu a Horizon Eu) i contributi a fondo perduto equivalgono a 81 miliardi di euro. 15 in meno dei 96,3 miliardi di euro che l’Italia dovrà versare per finanziare NextGen e la conseguente espansione del bilancio pluriennale Ue. Come ricorda Del Monaco, inoltre, nel periodo 2021-2027 l’Italia avrà circa 2,9 miliardi di deficit contributivo al bilancio ordinario Ue, per complessivi 20,3 miliardi di euro. In totale fanno 36 miliardi di euro di contributi in eccesso rispetto ai fondi che entreranno al netto dei prestiti che, chiaramente, vanno conteggiati a parte in quanto fonte di debito.

Sul fronte dell’erogazione dei pagamenti, l’ex consigliere di Prodi è chiaro: “l’ammontare dei sussidi previsti sarà diviso in due tranche, pari rispettivamente al 70 per cento e al 30 per cento del totale: la prima tranche del 70 per cento deve essere impegnata negli anni 2021 e 2022; la seconda tranche del 30 per cento deve essere interamente impegnata entro la fine del 2023”, ma il rimborso effettivo dei fondi avverrà dopo che la Commissione avrà approvato ad ogni Paese i piani nazionali e non si saranno attivati i “freni d’emergenza” che molti Paesi possono usare per dilazionare di almeno tre mesi la concessione dei fondi. Inoltre, la Commissione deve accertare che le riforme richieste in contropartita a ogni Paese siano state instradate correttamente. Uno slittamento dei primi rimborsi al 2022 appare cosa garantita visti i ritardi italiani, e anche l’ipotesi 2023 non è da escludere. Allora saranno passati tra i due e i tre anni dai primi, drammatici, casi di Codogno e di Bergamo che segnalarono l’inizio della pandemia.

La vera centralità del Recovery Fund è politica: esso accelera il coordinamento tra le riforme chieste a livello europeo e le attività dei singoli Paesi, ne armonizza le agende e ne coordina l’operato. L’Italia ha mostrato fideistica approvazione di qualsiasi sviluppo politico riguardante la nascita della prima forma di mutualizzazione del debito dimenticando che essa è stata impostata su iniziativa della storica critica di questa misura, la Germania di Angela Merkel, che l’ha disegnata nei tempi e nei modi più funzionali al suo interesse nazionale. Utilizzando, nel frattempo, sul fronte interno quel deficit pubblico nazionale che appare il vero motore della ripresa dei Paesi europei. Una lezione che presto o tardi anche l’Italia dovrà imparare: specie se i fondi europei tarderanno ad arrivare, o se ci si accorgerà che, anche comprensibilmente, l’Italia sarà senza contare i prestiti contributrice netta si capirà la rilevanza di un progetto nazionale riguardante investimenti, strategie di lungo periodo, futuro del Paese. Quel che sembra mancare in una politica dedita al piccolo cabotaggio.