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Il costo economico di una crisi di governo, nel nostro Paese, è sempre difficile da calcolare e quantificare. I tempi della politica si sovrappongono alla volatilità e alla discutibile razionalità dei mercati, che possono reagire emotivamente alle evoluzioni delle istituzioni o prezzare in anticipo quelli che ritengono essere gli scossoni più preoccupanti.

La crisi del governo Draghi, in tal senso, si inserisce in questo canovaccio. Qual è il vero costo della crisi? Sono i 17 miliardi di euro di sell-off borsistico bruciati da Piazza Affari nella giornata del 14 luglio? Non si direbbe, dato che nella seduta successiva il Ftse-Mib ha virato in positivo. Allora il costo peggiore sono i possibili incrementi nei rendimenti del Btp? Anche qui, il fattore principale sembra essere esogeno: il rallentamento della crescita europea, lo stop agli stimoli della Bce e l’inflazione energetica stanno aumentando da tempo il rischio-Paese anestetizzando il virtuoso “effetto Draghi“, l’impatto della nascita del governo di unità nazionale sul sistema-Paese.

Il vero dato è strutturale. La crisi del governo Draghi, innescata dallo strappo di Giuseppe Conte e del Movimento Cinque Stelle che hanno rotto l’unità nazionale del febbraio 2021, è dal premier avviata sulla scia del rischio di governare sull’ottovolante da qui al 2023 in caso di continue fughe in avanti dei partiti. E cadendo in estate pone il Paese di fronte a una congiuntura problematica: nei mesi a venire il governo avrebbe dovuto, assieme al Parlamento, affrontare una serie di nodi cruciali. Dalla lotta al caro-bollette e al boom dei prezzi della benzina al futuro del Piano nazionale di ripresa e resilienza, dai tavoli aperti su taglio al cuneo fiscale e riduzione delle aliquote Irpef al futuro del sistema pensionistico molte dinamiche erano avviate tra partiti, governo e commissioni parlamentari.

Sullo sfondo, una dinamica simile a quella accaduta nel 2019 con lo strappo della Lega di Matteo Salvini dal governo gialloverde: il rischio che l’Italia si trovi nel pieno della crisi politica, con un Parlamento ingovernabile o con un governo bloccato nel pieno della madre di tutte le battaglie, la Legge di Bilancio. Nel 2019 lo strappo agostano del Papeete agitò la possibilità che l’Italia si trovasse in un periodo elettorale nel pieno della discussione della manovra e rischiasse l’esercizio provvisorio. Se già per il 2020, prima che si parlasse di Covid e recessione pandemica, questo sembrava uno spettro da fugare nel quadro di un contesto globale in pieno deterioramento, l’opzione è assolutamente da escludere per il 2023.

Le “forche caudine” per l’Italia saranno dunque quelle del prossimo autunno. A novembre e dicembre serve un esecutivo in pieno controllo dell’agenda politica. Troppi i nodi da risolvere mentre l’Europa si avvia di fronte al rischio di una recessione al cui confronto quella del 2020 potrebbe sembrare una passeggiata: l’inflazione è volata oltre l’8%, la Commissione europea ha tagliato le stime di crescita, il rischio di lockdown produttivi per il caro-energia prende forma, la possibile recessione tedesca può travolgere l’industria del Nord Italia, le disuguaglianze sono salite a livelli notevoli, 5,5 milioni di persone vivono in povertà, Roma sperimenta il record assoluto di lavoratori precari dagli Anni Settanta ad oggi, la guerra economica con la Russia sta dando risultati contrastanti ma ha contribuito a portare il Paese in deficit commerciale e, in vista dell’inverno, la minaccia di una chiusura delle forniture di gas è più cogente che mai. In questo contesto, ci sono tavoli aperti in Europa e nel mondo: la partita sul tetto al prezzo del gas in Europa e in sede G7, la questione delle future mosse della Bce, la sfida coi falchi del rigore per le regole di bilancio e la partita della transizione energetica comunitaria vedono l’Italia protagonsita e solo un esecutivo in salute può condurle.

In particolare l’inflazione ha già bruciato 82 miliardi di euro di risparmi, una cifra paragonabile a circa tre manovre ordinarie del periodo pre-Covid. E la crisi attuale ha messo in panchina diversi provvedimenti. Tra questi, nota Il Giorno, “la nuova versione del decreto che azzerava gli oneri accessori delle nostre bollette e azzerava gli aumenti di gas ed elettricità per le famiglie più bisognose. Un intervento di 10 miliardi che ora rischia di finire nel dimenticatoio chissà per quanto tempo” e una manovra di sostegno alla domanda  attraverso la lotta all’Iva. Essa avrebbe dovuto portare a una “riduzione di un punto percentuale sulle aliquote ordinarie e quelle agevolate” garantendo “un risparmio di circa 4,5 miliardi di euro sulla spesa delle famiglie italiane”. Il vero costo della crisi è la paralisi politica che, con i nodi attuali e quelli che la manovra dovrà gestire, può portare il Paese ad avvitarsi aggravando gli effetti recessivi della crisi globale.

Una crisi prolungata può contribuire a creare la tempesta perfetta per l’Italia. Per il governo attuale non vale il detto di Giulio Andreotti secondo cui “tirare a campare è meglio che tirare le cuoia”: le strade che possono risolvere la crisi sono o la creazione di una maggioranza in grado di superare i veti grillini e condurre il governo Draghi (nella sua versione bis) a generare la risposta anti-crisi con un solido appoggio politico, o un pronto ritorno alle urne tale da avere un governo in piena efficienza nel periodo conclusivo dell’anno. Altrimenti, il costo della crisi estiva sarà tale da mettere sotto shock l’intero sistema-Paese. A prescindere, un dato è certo: in cabina di regia non ci sarà il Movimento Cinque Stelle artefice dello strappo, che rompe lasciando agli altri i cocci. In caso di Draghi-bis, i grillini non ne saranno parte. In caso di elezioni, subiranno una batosta tale da estrometterli dalla gestione della risposta politica. E non potrebbe essere certamente una cattiva notizia in nessuno dei due casi.

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