All’Italia resta sempre meno tempo per decidere la destinazione su cui orientare i fondi europei che, tra sovvenzioni e aiuti a fondo perduto, arriveranno in futuro da Next Generation Eu. Il Recovery Fund sarà realtà dal 2021, ma nel frattempo è già stabilita la traccia del percorso attraverso cui gli Stati dell’Unione Europea dovranno prepararsi a indicare obiettivi e strategie cui destinare i loro fondi per ottenere l’avvallo dei propri piani da parte della Commissione europea e della “zarina” del Recovery Fund, la francese Celine Gauer.

Ebbene, il termine per presentare la strategia di allocazione delle risorse si avvicina sempre di più e nel governo Conte e nei partiti che lo sostengono l’attenzione sembra essere rivolta completamente altrove. Al 15 ottobre, termine ultimo per la presentazione dei progetti volti a sbloccare la prima tranche di aiuti del 10%, mancano solo due mesi, ma non si sente nella politica italiana alcun tintinnar di sciabole.

A parte una prima riunione esplorativa del Comitato Interministeriale per gli Affari Europei (Ciae) presieduto dal premier Giuseppe Conte, del tema non si è più parlato. Come se lo stesso premier e i suoi ministro avessero deciso di portare sotto traccia l’argomento dopo aver sbandierato come una vittoria epocale l’ottenimento di 207 miliardi di euro nel contesto del Recovery Fund. L’Unione Europea, però, chiede forti condizionalità e, soprattutto, strategie incisive per dare semaforo verde alla concessione dei fondi. E nella galassia giallorossa tutto ciò sembra latitare.

Movimento Cinque Stelle e Partito Democratico sono assorti dal tentativo di rilanciare la propria luna di miele politica, nessuno dei ministri ha più posto in evidenza la questione degli obiettivi politici concernenti l’impiego del Recovery Fund e lo stesso Conte non pare interessato a portare la questione oltre le porte di Palazzo Chigi. Nei prossimi sessanta giorni c’è la concreta possibilità che il premier prosegua nella strada iniziata con la convocazione degli Stati Generali a metà giugno, proseguendo con la strategia degli annunci e delle passerelle orchestrata dal suo spin doctor Rocco Casalino per non mollare la presa del dossier.

Due mesi sono pochi, considerato che i temi di cui discutere per scegliere a quali progetti dare priorità sono numerosi. Digitale, rivoluzione verde, infrastrutture, rilancio del Sud: tante questioni aperte su cui governo, partiti e parti sociali dovrebbero essere al lavoro in maniera serrata. Invece nel caldo agosto dell’anno della pandemia tutto langue, i furbetti del bonus o i destini politici di Virginia Raggi sembrano esser diventati problemi centrali rispetto alla necessità di rispondere a una crisi economica che si annuncia epocale.

Conte ha nominato gruppi di lavoro, task force e frotte di consulenti per ogni questione legata alla pandemia di coronavirus, elevato “tecnici” a ruoli più importanti di quelli di diversi ministri (come nel caso di Domenico Arcuri e Vittorio Colao) per poi vederli come figure problematiche o ingombranti, ma non ha mosso un dito laddove, forse, un’autorità regolatrice sarebbe fondamentale. Un equivalente italiano della Gauer sarebbe ideale per valutare la conformità dei piani politici sugli investimenti da finanziare col Recovery Fund con gli obiettivi del piano e, soprattutto, se il gioco dell’utilizzo dei fondi per la ripresa valga il rischio di scottarsi con la candela delle forti condizionalità richieste. Ovvero riforme teleguidate da Bruxelles su varie questioni (contrasto all’evasione fiscale, alla corruzione, al lavoro sommerso, taglio delle agevolazioni fiscali,  snellimento dei tempi della giustizia, riforma del catasto) da indicare con precisione visto che, come ha scritto il Consiglio Europeo nel suo ultimo comunicato, “l’erogazione delle sovvenzioni avverrà solo se saranno raggiunti i traguardi e gli obiettivi concordati stabiliti nei piani di recupero e di resilienza”. Nulla di tutto ciò è avvenuto, nè i partiti sembrano esser consci della problematicità del primo punto e dei rischi insiti nelle valutazioni sul secondo. Districarsi in soli due mesi nel ginepraio economico, giuridico e politico del fondo sarà per il governo un grave problema.

Del resto, non presentare al Parlamento e al Paese un piano credibile può contribuire a generare situazioni di grande tensione politica. “A un certo punto, forse inizio settembre, il Parlamento verrà coinvolto”, fa notare l’Huffington Post. “Ma in assenza di un Piano nero su bianco, e in presenza di troppe chiacchiere, non si capisce che razza di contributo le Camere potranno dare. Dovranno contentarsi di qualche audizione. E quando l’assemblaggio delle proposte sarà stato completato, mancherà il tempo per discuterne a fondo. Così la grande scelta del domani verrà archiviata”. E a ciò va aggiunta la necessità di mediare con le grandi aspettative degli enti locali e dei sindacati di categoria (Ance, Confindustria, confederali del lavoro etc.): coinvolti nella passerella degli Stati Generali, potranno essi accettare di non essere chiamati in causa qualora si debba parlare dell’allocazione di miliardi reali? Quello del governo Conte è un balletto che rischia di concludersi in un gran pasticcio: il tempo stringe e per l’esecutivo c’è un serio rischio di mancare la deadline del 15 ottobre o di doppiarla con un programma insufficiente e non strutturato. L’autunno potrebbe far venire al pettine numerosi nodi dell’incoerente politica del governo, eccessivamente focalizzato sull’emissione di vuoti annunci.

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