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Da più parti è stata sottolineata la natura decisiva della recente mediazione compiuta da Angela Merkel con i leader di Polonia e Ungheriaper portare a conclusione positiva la trattativa sul Recovery Fund. La Cancelliera ha compiuto una nuova tessitura diplomatica con i governi di Viktor Orban e Mateusz Morawiecki permettendo di far venire meno la pregiudiziale di Budapest e Varsavia sulle clausole legate allo “Stato di diritto” che condizionano l’erogazione dei fondi comunitari del piano di rilancio.

Il compromesso trovato da Berlino con i Paesi guida del gruppo di Visegrad ha segnato un punto a favore dell’interesse economico tedesco, che non poteva permettersi incertezze nei rapporti tra la Germania e Stati inclusi nella sua piattaforma industriale e produttiva, la cui riattivazione sarà decisiva per rilanciare l’economia nazionale dopo un 2020 da profondo rosso che si farà sentire su tutto l’indotto, anche nel Nord Italia.  “La delocalizzazione produttiva tedesca in questi Paesi ha assunto in effetti negli anni connotati simili a quelli dello stabilimento delle maquilladoras statunitensi in Messico”, ha scritto Vittorio Emanuele Parsi, professore di Relazioni Internazionali alla Cattolica di Milano su Formiche, facendo ben capire come si siano potute gettare le basi di una fusione delle catene del valore che a partire dagli Anni Novanta è sempre più consolidata.

Nel 2018 il commercio bilaterale tra la Germania e i Paesi Visegrad valeva 313 miliardi di euro, e in questo contesto si può tracciare il flusso delle catene del valore industriali che alimentano quella superpotenza esportatrice che è l’economia tedesca.

Secondo i dati Eurostat l’export dei quattro Paesi del gruppo Visegrad verso la Germania ha registrato un valore totale di circa 164,6 miliardi di euro, di cui oltre 29 imputabili all’Ungheria e oltre 62 alla Polonia. Del valore di 149 miliardi di euro, invece, le importazioni, di cui una parte sostanziale (61 miliardi) fa riferimento a Varsavia e 26,3 miliardi a Budapest.

Logico che nell’interesse della Merkel in vista del 2021 ci sia la volontà di non destabilizzare ulteriormente i rapporti con gli strategici alleati economici dell’Europa centrale e di creare una relazione politicamente attiva evitando di sacrificare consolidati interessi in nome di battaglie momentanee che possono mettere in crisi il futuro dei Paesi di Visegrad nel mercato comune europeo.

La Cancelliera è andata contro gli stessi interessi di chi, nel gruppo di Strasburgo del Partito popolare europeo di cui fa parte la sua Cdu, chiedeva il pugno duro sullo Stato di diritto e l’espulsione dal gruppo conservatore di Fidesz, la formazione ungherese di Orban. Tra cui spicca il bavarese Manfred Weber, capogruppo del Ppe al Parlamento europeo.

La Merkel ha preferito l’interesse nazionale tedesco a strappi che avrebbero potuto risultare insanabili. Ad esempio, sottolinea Italia Oggi, la scorsa settimana “i leader dei partiti europei che fanno capo al Ppe si sono riuniti per decidere se espellere o meno il capo delegazione di Fidesz a Bruxelles, l’eurodeputato Tamàs Deutsch, che durante una seduta plenaria del parlamento aveva paragonato i giudizi di Manfred Weber su Polonia e Ungheria agli slogan della Gestapo nazista”.

Ebbene, a Deutsch è stato tolto per alcune sedute il diritto di parola ma l’espulsione non è stata approvata su pressione della Cancelliera di Berlino, che vuole raffreddare le tensioni e non creare grattacapi a Ursula von der Leyena capo di una Commissione alla cui testa Weber si è a lungo immaginato e per la cui elezione i voti di Fidesz e dei conservatori polacchi del PiS si sono rivelati decisivi.

Nel contesto di una ristrutturazione globale delle catene del valoredi un’aleatorietà sulla ripresa dell’Europa e della necessità di preservare i fondamentali produttivi della sua industria, dunque, la Germania ha scelto la realpolitik e difeso i suoi interessi al netto di ogni dichiarazione retorica. Un atteggiamento politicamente maturo che insegna come nelle relazioni internazionali un approccio realista possa pagare frutti e dividendi politici a chi lo porta avanti con accortezza e sapendosi esporre laddove è opportuno. La tutela dell’industria tedesca è anche un interesse di quei Paesi che nel loro territorio hanno buona parte del suo indotto ed è comprensibile che i sovranisti del centro Europa e Berlino si siano intesi in nome della tutela del comune giro d’affari che è mutualmente conveniente.

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