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Elon Musk colpisce ancora. Il magnate e proprietario di Tesla e SpaceX è tornato a influenzare profondamente il mercato delle criptovalute assestandogli questa volta un colpo negativo sul fronte delle quotazioni.

Musk affossa i bitcoin

Il motivo, a detta dell’imprenditore statunitense, è nel costo ambientale nel mining delle criptovalute, bitcoin in testa, che ha portato il fondatore di Tesla a rifiutare l’utilizzo delle criptovalute per transazioni interne ai suoi gruppi.”Siamo preoccupati per il rapido aumento dell’uso di combustibili fossili per l’estrazione e le transazioni in bitcoin”, ha scritto su Twitter lo stesso Musk. “La criptovaluta in assoluto è una buona idea ma non ad un costo così alto per l’ambiente”.

Secondo i dati di CoinMarketCap, il principale osservatorio di criptovalute, l’uscita di Musk ha prodotto un vero e proprio terremoto. La capitalizzazione globale delle criptovalute era pari, alla fine della giornata del 12 maggio, alla cifra di 2,43 mila miliardi. Dopo il tweet è crollata a 2,06 mila miliardi, causando perdite imponenti all’intero settore per complessivi 370 miliardi di dollari. Bitcoin attualmente perde il oltre il 12%, scendendo sotto una capitalizzazione di 50mila dollari ad unità per la prima volta da diversi mesi, Ethereum il 12%, Binance Coin l’11,2%, mentre il Dogecoin, la criptovaluta più cara a Musk, che la aveva addirittura elevata a fonte di finanziamento per una prossima missione di SpaceX, ha lasciato sul terreno oltre un quinto del proprio valore.

La causa “ambientalista”

Muskcome fatto più volte in passato, ritira la mano dopo aver lanciato il sasso. A gennaio e febbraio aveva incentivato il raid delle “locuste” di Reddit contro Wall Street nel caso della scalata ad aziende come GameStop, mentre in seguito aveva cavalcato l’euforia per le criptovalute annunciando investimenti in bitcoin e esaltando via Twitter il Dogecoin, l’altcoin con il simbolo del cane Shiba Inu celebre nei meme online. Musk non è uno sprovveduto e non può aver scoperto ora un problema come quello dell’impatto ambientale del mining, che fa discutere da tempo. I dati acquisiti da Finbold indicano che il consumo annuo stimato per l’attività dei computer e degli stabilimenti che si occupano della produzione di bitcoin era di 143 terawatt all’ora (TWh) al 5 maggio 2021.

Parliamo degli stessi consumi che in un anno effettuano Paesi come la Svezia, la Malesia o il Pakistan mentre, nota Repubblica, secondo “l’economista Alex de Vries della De Nederlandsche Bank, la banca centrale olandese, un’altro paragone possibile è quello con l’assorbimento energetico dell’intera città di Londra”. Per fare un paragone, Finbold stima in poco più di 200 TWh la produzione di energia necessaria ad alimentare tutti i data center del pianeta, 12 TWh quelli generati dall’attività di Google e in 5 quelli legati alla gestione delle operazioni di Facebook.

Le vere motivazioni

La mossa del magnate di origine sudafricana ha l’indubbio pregio “mediatico” di ricordare ai meno avveduti tra gli entusiasti delle criptovalute di ricordare che esse non sono affatto una forma “virtuale” di moneta ma bensì un prodotto di investimento altamente volatile e soggetto a speculazioni e privo del fondamentale requisito di essere una riserva di valore che invece contraddistingue le divise ordinarie. E rivela il complesso rapporto dell’imprenditore con un asset tanto cavalcato in passato quanto invece visto in maniera più contraddittoria oggi. Si può pensare che, in ultima istanza, Musk voglia colpire il Bitcoin in quanto tale e favorire indirettamente criptovalute il cui mining è più “sostenibile”: il fatto che circa il 60% del mining della criptovaluta più nota al mondo avvenga in Cina, in città dove spesso la produzione di elettricità avviene con centrali a carbone o altri combustibili fossili, lascia pensare a possibili implicazioni geo-finanziarie, ma al contempo c’è una chiave di lettura industriale e legata all’economia reale. Parliamo della questione semiconduttori.

Com’è noto, le imprese europee e nordamericane attive in settori ad alta intensità tecnologica e nel comparto auto soffrono da tempo per la carenza di chip che sta producendo effetti sistemici non indifferenti. Il chipageddon è la grande partita economico-industriale del 2021 e anche Tesla ne sta soffrendo. Uno dei fattori drenanti che ha ridotto la disponibilità di chip per l’industria è stata proprio la crescita della domanda di prodotti per il mining delle criptovalute. “La mossa di Elon Musk favorirà l’allentamento della tensione nel mercato dei chip in ragione dello stretto legame tra il mining della criptovaluta e l’acquisto di semiconduttori”, ha dichiarato all’agenzia Agi Gianclaudio Torlizzi, direttore generale della società di consulenza finanziaria T-Commodity. “Mano mano infatti che l’offerta di Bitcoin diminuisce, vengono richieste sempre più elaborate capacità di calcolo ai processori al fine di validare le transazioni in criptovaluta”. Bloomberg ricorda che i Bitcoin utilizzano una tipologia precisa di chip specializzati proprio per i complessi processi di calcolo legati al mining, mentre Ethereum si basa su schede video simili a quelle utilizzate dalla comunità dei gamer, che infatti hanno visto il loro mercato prosciugato dagli entusiasti delle criptovalute.

Un ambientalismo strumentale

La vera ragione della mossa di Musk potrebbe dunque celarsi nei timori per le conseguenze del chipageddon per le sue industrie. Al contempo, il tema della sensibilità ambientale diventa l’utile paravento dietro cui nascondere manovre interne al gioco della finanza speculativa statunitense. Il fatto di essere titolare della maggiore azienda produttrice di auto elettriche al mondo dà un’aura mediatica “ecologista” a Musk. Ma le batterie a ioni di litio che alimentano le auto Tesla sono costituite dall’80% di nichel, dal 15% di cobalto, dal 5% di alluminio e da prodotti come litio, rame, manganese, acciaio e grafite, estratti in Paesi come Cina, Kazakistan o Repubblica Democratica del Congo in cui l’attività mineraria non rispetta certamente gli ordinari canoni “ambientalisti” o di sostenibilità a cui siamo abituati. Siamo, insomma, di fronte all’ennesimo caso di ambientalismo strumentale. Davanti a cui ci si meraviglia in maniera simile a come fatto dai cripto-entusiasti che, nei mesi scorsi, si sono lanciati dietro i proclami libertari di Musk ritenendo che l’ennesima riproposizione della roulette finanziaria su prodotti fondati sul nulla fosse una via di arricchimento rapida e di liberazione dal gioco borsistico tradizionale. Salvo poi subire perdite dure e improvvise dai voltafaccia mediatici del loro guru.

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