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La crisi del coronavirus sta mettendo in difficoltà il rapporto tra gli alti papaveri del Partito Democratico, il governo italiano e l’Unione Europa.

Se il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri è stato spiazzato da Giuseppe Conte sul fondo salva-Stati, rifiutato dal premier al recente Consiglio Europeo, è altresì difficile pensare che si possa trovare un consenso unanime in tempi brevi sui famosi “Eurobond” invocati da un crescente gruppo di Paesi del Vecchio Continente. E che la delega dell’ex premier Paolo Gentiloni agli Affari Economici possa risultare risolutrice nello smuovere i falchi del rigore trincerati a Bruxelles.

Gentiloni si trova in una posizione decisamente più scomoda rrispetto a Gualtieri e, in tal senso, può far poco oltre a spingere per una mediazione interna all’Europa. Del resto la sua posizione è formalmente super partes. Ma il commissario agli Affari Economici di Bruxelles non è certamente stato distratto mentre, nella serata di sabato, Ursula von der Leyen ha chiuso agli Eurobond parlando come se non fosse la nuova presidente della Commissione ma il ministro tedesco che è stata per i precedenti quattordici anni. Gentiloni, supervisionato dal falco del rigore Valdis Dombrovskis e deciso a evitare che nella Commissione, organo collegiale, si ripetano gli scontri visti al Consiglio europeo, ha provato a cercare una posizione di compromesso tra la richiesta italiana degli Eurobond comuni e quella tedesco-olandese di un Mes attivato con strette condizionalità.

La “terza via” dell’ex presidente del Consiglio, proposta in una recente intervista radiofonica a Circo Massimo, è quella dei “coronabond per obiettivi”, strettamente vincolati a spese nel settore sanitario e in altri ambiti cruciali per la risposta emergenziale alla crisi. Una proposta che, però pare più tirare la volata alla posizione tedesca che a quella italiana. Si riproporrebbe così, infatti, il tema delle condizionalità, del vincolo esterno comunitario e della subordinazione delle scelte politiche nazionali a parametri fissati a Bruxelles. Del resto la censura europea su eventuali spese non consentite creerebbe problemi nel contesto dell’allocazione dei fondi e potrebbe frenare scelte favorevoli all’azione degli Stati come la sospensione del Patto di stabilità per l’anno in corso.

Se l’obiettivo di fondo per l’Italia è evitare un possibile rientro dalla finestra di misure drastiche una volta finita la crisi, magari sotto forma della famigerata “Troika” già conosciuta in passato, la proposta di Gentiloni non fuga ogni dubbio. In linea di principio il tentativo di mediazione dell’ex premier, secondo cui “se si mette al primo posto dell’agenda la condivisione degli obiettivi da raggiungere piuttosto che la definizione degli strumenti per arrivarci” un compromesso si può trovare, non è insensato. Ma conoscendo gli interlocutori iper-rigoristi dell’Italia, dalla Germania all’Olanda passando per l’Austria, qualsiasi accordo che non metta nero su bianco ex ante la certezza che un intervento della Troika o di istituzioni simili è escluso rappresenta un rischio per l’avvenire.

La strada che l’Italia deve evitare, infatti, è quella della subordinazione, completa o parziale, a condizionalità esterne che, dopo lo shock esogeno del coronavirus, aggiungerebbero un nuovo vincolo alla futura ripresa del Paese. In questo contesto le condizionalità non meglio precisate di cui parla Gentiloni somigliano alla proposta di un gruppo di economisti europei, tra cui gli italiani Francesco Giavazzi e Lucrezia Reichlin, di determinare ex post le clausole per l’attivazione del Meccanismo europeo di stabilità. Forse a queste scelte sarebbe davvero preferibile il Mes così com’è, un “nemico” noto per l’Italia, piuttosto che l’incertezza delle alternative senza sbocco ben definito.

Il ministro Gualtieri e il commissario Gentiloni avanzano con incertezza e la fedeltà a Bruxelles è ancora estremamente forte nel loro discorso di ragionamento politico: sulla risposta alla crisi il Pd rischia l’osso del collo e la sua tenuta come grande partito istituzionale nei prossimi anni. La difficile posizione di Gentiloni e il ridotto spazio di manovra di cui dispone gli sono, parzialmente, fonte di giustificazione: ma nelle ore più buie giunge il tempo di fare veramente politica. E, forse per una sorta di timore reverenziale verso Bruxelles, la capacità dei big del Pd di saperla fare e di giocare bene le loro carte è tutta da dimostrare.

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