La pandemia di coronavirus ha cambiato in diversi settori le regole del gioco nella governance economica globale. Fin dalle prime battute della pandemia, lo scorso anno su queste colonne avevamo riflettuto su come il Covid-19 potesse essere il “cigno nero”, lo choc inatteso in grado di perturbare gli instabili scenari finanziari, industriali e commerciali già messi sotto pressione dall’anemica ripresa dell’Occidente dalla Grande Recessione, dalle tensioni geopolitiche, dalla rivalità Usa-Cina. Parimenti abbiamo riflettuto sul fatto che la pandemia imponesse il ripensamento delle regole della globalizzazione sul fronte della gestione dei flussi economico-finanziari e rappresentasse, in un certo senso, un “Giano Bifronte” frenando da un lato i movimenti di persone e merci, ma sdoganando il dominio delle piattaforme tecnologiche e la dipendenza delle società da esse. Individuando nell’Europa l’anello debole della catena della governance economica globale.

A un anno di distanza, possiamo tirare le somma delle considerazioni fatte allora. Dopo che la pandemia e le sue conseguenze catastrofiche hanno cambiato strutturalmente rapporti di forza, dinamiche produttive e scenari finanziari.

Aumenta la scollatura tra economia reale e finanza

In primo luogo, si è confermata la natura duale della globalizzazione, si è accentuato lo scollamento tra economie reali e finanza: mentre Paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna, Italia, Germania, Francia, Russia e Giappone, applicando politiche sanitarie di contenimento del contagio, sacrifacavano volenti o nolenti quote di produzione e crescita alla necessità di ridurre l’incidenza del contagio, la recessione assumeva prospettive mondiali e, Cina esclusa, i tradizionali motori dell’economia globale si inceppavano le borse, dopo uno schianto a marzo, facevano segnare un record dopo l’altro.

Apple ha sfondato 2mila miliardi di capitalizzazione, Tesla ha sbancato nel settore auto, colossi come Amazon, Facebook e Google hanno dilatato i loro valori: la tecnologia ha tirato il gruppo, alimentata dal denaro facile della Fed e delle altre banche centrali, dalla “digitalizzazione” delle società e dall’accumulazione di scommesse rialziste. Più l’economia reale si inceppava, più la borsa sbancava. E la dicotomia più classica dell’era globalizzata assumeva la formula di drammatica beffa, in una fase in cui neanche centinaia di migliaia di decessi da Covid e una serie di crisi socio-economiche senza precedenti nel secolo riuscivano a frenare la roulette russa delle borse.

I rischi delle politiche espansive

Per alcuni analisti il Covid è stato un “cigno nero” cavalcato dalle autorità politiche e finanziarie del pianeta per rendere strutturale le politiche di espansione monetaria e di diffusione di liquidità e debito privato che hanno contraddistinto l’ultimo decennio. Dal famoso editoriale di Mario Draghi sul Financial Times del marzo scorso ad oggi, l’élite economico-finanziaria globale e i decisori politici hanno suonato la carica sulle politiche monetarie espansive, sullo sdoganamento dei deficit nazionali per evitare il tracollo del sistema privato, sulla trasformazione del debito pubblico in una variabile sostanzialmente indipendente. Un circolo virtuoso quando si tratta di controbattere situazioni emergenziali, ma che se protratto sul lungo periodo può mantenere diversi sistemi, quello finanziario in primis, in una condizione “dopata” dalla presenza di grandi quantità di denaro a basso costo circolante, troppo spesso drenato nelle secche del gioco speculativo.

Nell’establishment economico-finanziario da più parti ci si è posti la questione su come puntellare nel migliore dei modi la costruzione dell’economia globalizzata per farla sopravvivere alla vera e propria Caporetto subita dalla sua ideologia-guida, il neoliberismo, sconfessato dal ritorno degli Stati nell’economia, dalla divaricazione tra economia reale e finanza, dall’impossibilità di trovare nel mercato la soluzione alle crisi sistemiche del capitalismo globale. Secondo il World Economic Forum e il suo fondatore, Klaus Schwab, la risposta starebbe nell’interpretare il Covid come l’occasione per un “Grande Reset” del capitalismo, impostando una ripartenza dei sistemi economici sulla scia dello sdoganamento della digitalizzazione, dell’economia green, di una nuova globalizzazione “dal volto umano”.

I dubbi sui teorici del “Grande Reset”

Nobile proposito a parole, ma che sconta la criticità di essere proposto da coloro che per decenni hanno perorato tagli alla spesa sociale, privatizzazioni massicce. Ipotesi puntualizzata dal politologo Nello Preterossi su La Fionda. Secondo Preterossi il Grande Reset “è un’operazione ideologica preventiva, volta cioè a evitare che dalla pandemia sorgano ricette e sensibilità che recuperino sul serio la centralità dello Stato e della politica nella loro autonomia, rimettendo in campo il conflitto sociale e politiche di programmazione in grado non solo di redistribuire, limando i profitti, ma anche di orientare a fini pubblici, collettivi, l’economia, all’insegna ad esempio dei principi del costituzionalismo sociale e democratico”. In altre parole di trasformare in new normal quello che è apparso il mix di ricette anti-crisi sorte sul fronte emergenziale e che in Europa già molti interpretano come passeggero (Valdis Dombrovskis docet).

Da valutare sul lungo periodo, infine, gli effetti sistemici di due cambiamenti importanti per l’economia a ogni livello: lo sdoganamento dello smart working nelle maggiori economie del pianeta e la ristrutturazione del ruolo delle grandi metropoli come hub planetari di sviluppo e aggregazione di idee, imprese, innovazioni. Sul primo fronte i vantaggi garantiti ai lavoratori (riduzione dei costi legati alla mobilità, vicinanza alla famiglia) dovranno essere messi a sistema con i rischi (atomizzazione, scarsa socialità pubblica, sottrazione del tempo libero da parte degli orari di lavoro, scarse garanzie sul profilo economico e dei diritti contro gli abusi) per costruire una governance adatta a rendere sostenibile un cambiamento ormai strutturale. Sul secondo, invece, la pianificazione urbana e l’amministrazione territoriale del futuro dovranno necessariamente porre l’accento su come evolvere le metropoli e le grandi città secondo canoni di maggiore sostenibilità e inclusività sociale, valorizzando non solo l’economia dei servizi ad alto valore aggiunto ma anche quella industriale e produttiva che rappresenta la cinghia di trasmissione del sistema anche nelle fasi di crisi.

Nel contesto di un game-changer come il Covid-19, in conclusione, l’economia globale è stata profondamente impattata. Alle grandi potenze e al mondo produttivo il compito, ora, di capire se a ciò seguirà una riscrittura delle regole di governance, dalla convocazione di una nuova Bretton Woods per comprendere il futuro ordinamento finanziario e i nuovi rapporti di forza all’evoluzione dei trattati di libero scambio secondo le logiche del primato della sicurezza sulla prosperità e della supremazia statale su diversi settori (biomedicale, energia, difesa, tlc) che le fasi di crisi degli ultimi anni hanno imposto sulle regole del mercato neoliberista. Capire l’evoluzione di queste tendenze contribuirà a determinare in che direzione le nuove dinamiche dell’economia e i futuri conflitti politici e sociali per il suo controllo porteranno il mondo negli anni a venire.